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Vittorio Emanuele II, il Re galantuomo

Vittorio Emanuele II è sicuramente uno dei tre grandi protagonisti Risorgimento, sebbene di caratura inferiore rispetto a Cavour e Garibaldi. Dei tre, però, fu quello più celebrato e su cui maggiormente la propaganda cucì addosso il vestito dell’eroe: ogni città d’Italia lo ricorda nella toponomastica, spesso quella del centro storico; a lui sono stati dedicati quasi quaranta grandi monumenti, un numero impressionante, tra cui uno dei più grandi d’Europa e forse il più grande tra quelli dedicati a una singola persona, il Vittoriano. Spesso l’operato e il peso di Vittorio Emanuele II nelle vicende risorgimentali sono stati sottovalutati, oscurati dagli altri due giganti, ma se si osserva meglio il suo percorso forse si può cambiare opinione su di lui.

Giovinezza e formazione

Vittorio Emanuele II nacque a Torino, a Palazzo Carignano – oggi sede del Museo del Risorgimento – il 14 marzo 1820. Primogenito del futuro re Carlo Alberto, seguì un rigidissimo percorso di studi, incentrato sulla disciplina e sull’educazione. Fin da subito, però, Vittorio mostrò di non esservi tagliato, preferendo gli studi militari che gli furono introdotti a partire dal 1831, quando il padre divenne re di Sardegna e lui, di conseguenza, l’erede al trono.

Questo cambio di status rappresentò una svolta per lui, anche perché sono gli anni in cui i giovani si formano il carattere. Iniziata la carriera militare, infatti, Vittorio consolidò quelle che saranno per tutta la vita le sue due grandi passioni: la caccia, praticata ogniqualvolta ne avesse la possibilità nella tenuta di Stupinigi, e le donne. Nonostante il matrimonio con la cugina, Maria Adelaide, celebrato proprio a Stupinigi nel 1842, Vittorio Emanuele ebbe molte amanti, ma si legò in particolare a una, Rosa Vercellana, meglio nota come la Bela Rosin: conosciuta poco prima di diventare re, Rosa divenne la vera compagna di vita di Vittorio e perfino la moglie morganatica (senza cioè acquisire i titoli e i privilegi del marito), nel 1869. Fu un personaggio così importante che oggi, nel quartiere di Mirafiori sud di Torino, c’è un mausoleo dedicato a lei, fatto costruire dai figli, che è praticamente una copia esatta del Pantheon romano – dove riposa la salma del primo re d’Italia.

L’iniziazione alla politica: Vittorio Emanuele re di Sardegna

Vittorio Emanuele II divenne re di Sardegna in un momento terribile per il Piemonte, all’indomani della sconfitta nella Prima guerra d’indipendenza (1849), e si trovò subito a dover affrontare una questione difficilissima: la firma della pace con l’Austria. E si mostrò in grado di reggere il confronto, di saper prendere le decisioni giuste al momento giusto: nonostante le pressioni austriache, decise di non abolire lo Statuto – guadagnandosi il soprannome di “re galantuomo” –, ma dovette accettare le dure condizioni poste dall’Austria, sapendo bene che rifiutarle avrebbe significato continuare la guerra e perdere tutto; per questo, intraprese un duro braccio di ferro con il Parlamento, restio a ratificarla, minacciando di abolire lo Statuto, e alla fine ebbe ragione. Non che Vittorio amasse la parte del re costituzionale, anzi; ma era ben consapevole che il tempo delle monarchie assolute era finito nel ’48.

Vittorio Emanuele aveva un modo particolare di calarsi nella parte del re costituzionale; anzi, diciamo proprio che aveva un modo tutto suo di fare politica, che spesso lo fece entrare in contrasto con i suoi primi ministri. Ricordiamo che, in un sistema monarchico costituzionale come quello sabaudo, il governo doveva rispondere alle Camere e non al re, il cui ruolo nelle scelte politiche era abbastanza limitato. Vittorio Emanuele, invece, pur condividendo in sostanza la linea politica di un personaggio come Cavour, ha sempre mostrato un certo protagonismo, portando avanti, in segreto, delle politiche personali anche molto spregiudicate, convinto di poter fare meglio del suo governo. Un esempio perfettamente calzante sono le sue lettere a Garibaldi nei cruciali giorni dell’estate del 1860, quando il generale stava per attraversare lo Stretto e venne segretamente incitato dal re, mentre Cavour spingeva per l’annessione immediata della Sicilia e la fine dell’impresa. Ma nei momenti decisivi, Vittorio Emanuele ha dimostrato di sapersi allineare alle decisioni del suo governo, anche quando in realtà vi era ostile. È il caso delle leggi Siccardi (1850), quelle che abolirono i privilegi della Chiesa nel regno: Vittorio Emanuele, profondamente cattolico, faticò molto ma alla fine quelle leggi le firmò, ben sapendo che la maggioranza del governo e del Paese – ovvero dei pochi elettori – era favorevole.

Vittorio Emanuele nel processo di unificazione

Veniamo ora al biennio fondamentale del Risorgimento, il 1859-60, quello in cui davvero si fece l’Italia unita. A quest’altezza, Vittorio Emanuele si era già fatto campione delle rivendicazioni patriottiche, e ciò significava cacciare l’invasore austriaco. A differenza del ’48-’49, però, questa volta il Regno di Sardegna aveva un potente alleato, la Francia di Napoleone III, fattore che si rivelò decisivo per gli esiti della Seconda guerra d’indipendenza. Così, il 27 aprile 1859, Vittorio Emanuele si mise alla testa del suo esercito: finalmente si trovava nel suo campo, quello militare. È vero che dovette cedere il comando a Napoleone III, ma in quella guerra dimostrò grande coraggio e abilità, svolgendo un ruolo importante nella decisiva battaglia di San Martino e Solferino. E probabilmente non gli arrivò nemmeno così alla sprovvista la notizia dell’armistizio richiesto il 1° luglio 1859 da Napoleone all’esercito austriaco: le perdite erano state ingenti e, in fondo, il Piemonte avrebbe “guadagnato” la Lombardia e annesso i ducati padani insorti.

Terminata la guerra, le cose da fare erano molte: innanzitutto, adempiere agli accordi presi con la Francia, ovvero cedere Nizza e la Savoia, poi procedere alle annessioni, con tutto quello che ciò comportava. Ma, nella primavera del 1860, Garibaldi iniziò a raccogliere armi e volontari per la spedizione in Sicilia, e in essa Vittorio Emanuele vide un modo per raggiungere velocemente il proprio obiettivo: unificare l’Italia. Di Garibaldi, in realtà, il re non aveva molta stima – in fondo era un “mazziniano”, un repubblicano –, ma segretamente ne sostenne la spedizione, facendogli credere di appoggiare il suo progetto di liberare anche Roma e Venezia, salvo poi farsi consegnare la Sicilia e il Mezzogiorno ed esautorare lui e tutti i garibaldini dal prosieguo delle operazioni.

Vittorio Emanuele re d’Italia

Il 17 marzo 1861 si realizzavano i progetti di Vittorio Emanuele: unificare l’Italia e diventarne il re. O almeno di una parte d’Italia, perché c’erano ancora da liberare e annettere Venezia e Roma. Nella questione veneta, una svolta si ebbe nell’aprile 1866, quando il re decise di firmare un’alleanza con la Prussia di Bismarck in funzione antiaustriaca. Così, in giugno, il Regno d’Italia seguì la Prussia nella guerra contro l’Austria: una guerra che si rivelò disastrosa per l’Italia, con le gravi sconfitte di Custoza e di Lissa, ma che, grazie alla vittoria prussiana a Sadowa (3 agosto 1866), permise di ottenere il Veneto.

Per quanto riguarda la questione romana, Vittorio Emanuele si impegnò fino alla sua risoluzione: sostenendo segretamente una nuova spedizione di Garibaldi, quella famosa fermata sull’Aspromonte (1862); appoggiando il nuovo Primo ministro, Marco Minghetti, nella stipula della “convenzione di settembre” con la Francia (1864), con il quale il Piemonte si impegnava a garantire l’integrità dello Stato pontificio in cambio del ritiro delle truppe francesi – una decisione che fu per il re fonte di sofferenza, perché una delle clausole a garanzia dell’accordo prevedeva lo spostamento della capitale del Regno da Torino a Firenze –; finanziando una spedizione di volontari guidati nuovamente da Garibaldi (1867), salvo poi sconfessarla dopo il vittorioso intervento francese a Mentana; infine, inviando alle porte della città santa, il 20 settembre 1870, l’esercito comandato dal generale Cadorna, che vi entrò dalla breccia di Porta Pia.

A 50 anni, Vittorio Emanuele II era riuscito nell’impresa di abbattere due regni secolari, quello pontificio e quello borbonico, e di unificare la Penisola italiana. Al nuovo Parlamento italiano, il 5 dicembre 1870, Vittorio dichiarava: «con Roma capitale d’Italia ho sciolto la mia promessa e coronata l’impresa che, ventitré anni or sono, veniva iniziata dal mio magnanimo genitore».

Ed è proprio a Roma, la nuova capitale d’Italia, che re Vittorio morì, il 9 gennaio 1878, a causa di una febbre malarica. Lo annunciava così, il 10 gennaio, il «Corriere della Sera»: «Il Re buono, il Re onesto, il Re grande, Vittorio Emanuele è morto. Con gli occhi oscurati dalle lagrime e la mano tremante potremo esprimere il nostro dolore, il dolore della Nazione, il dolore del mondo? […] Abbiamo perduto l’uomo che ci ha dato l’indipendenza e la libertà, che ha riabilitato il nome della patria nostra in mezzo al mondo, che ci ha liberati dall’Austria e dal potere temporale, che d’una terra di schiavi inerti e muti ha fatto una delle terre più libere che illumini il sole. Abbiamo perduto il Re che tanti pensatori, tanti poeti, tanti martiri sognarono, il Re che sospirammo attraverso i secoli, il Re leale, il Re Galantuomo, Vittorio Emanuele».

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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