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La Breccia di Porta Pia

Roma, 20 settembre 1870. Ore 5.30.

Il piano organizzato dal generale Cadorna procede spedito. Un quarto d’ora fa è iniziato il bombardamento diversivo a Porta San Giovanni, e negli stessi momenti Nino Bixio, al Gianicolo, si sta apprestando a fare lo stesso. Lo sa il capitano d’artiglieria Giacomo Segre che dà il segnale: fuoco! Dodici cannoni scaraventano al suolo il tratto di mura tra Porta Pia e Porta Salaria, a ovest della città: la 5a batteria del 9° reggimento di artiglieria del Regio Esercito ha appena aperto la breccia di Porta Pia. Molti uomini cadono sotto i colpi di fucile dell’esercito pontificio, ma ormai per i papalini è troppo tardi. Contemporaneamente, tutto il tratto da Porta del Popolo a Porta San Sebastiano – circa metà della cinta muraria, da nord a sud in senso orario – viene avvolto da una densa nube di fumo: sono le cannonate delle altre divisioni. Anche Nino Bixio attacca Porta San Pancrazio, a due passi dal Vaticano.

Alle 9.30 la breccia è aperta, i bersaglieri e la fanteria possono dare il via all’attacco frontale. Al di là l’esercito pontificio, che resiste, spara sul nemico, ferisce e uccide, ma dopo pochi minuti, così come è già accaduto negli altri luoghi di scontro, si arrende eseguendo gli ordini di Pio IX, che alle 9.50 ha fatto innalzare la bandiera bianca sulla cupola di San Pietro. L’esercito italiano ha vinto, Roma è libera.

I (molti) tentativi falliti

La spedizione vittoriosa del 1870 era solo l’ultimo di una serie di tentativi che, dal 1861, erano stati portati avanti per mettere fine al potere temporale della Chiesa e trasformare Roma nella nuova capitale d’Italia. Tentativi che avevano assunto sia le forme della contrattazione diplomatica, sia quelle della guerra popolare. Cavour, già all’indomani dell’Unità, aveva preso contatti con il papa per convincerlo a cedere il potere temporale, ma dopo il 1849 Pio IX si era arroccato su posizioni sempre più intransigenti rispetto al movimento nazionale e rifiutò – ben sapendo, anche, di essere protetto dall’esercito francese.

Così, nel 1862, Garibaldi tentò una nuova spedizione. Si ripeté, in sostanza, lo stesso copione della primavera del 1860: raggiunta la Sicilia, Garibaldi mise in piedi un corpo di volontari con il segreto appoggio del re e senza che le autorità lo bloccassero. Ma a differenza del 1860, quando Napoleone III non si oppose all’acquisizione sabauda del Sud e degli Stati del Centro Italia, questa volta l’imperatore fu inamovibile nella difesa di Roma. Vittorio Emanuele fu allora costretto a prendere le distanze dalla spedizione, dichiarare lo stato d’assedio nel Mezzogiorno e inviare l’esercito regolare a bloccare i garibaldini. Ciò avvenne il 29 agosto, sulle montagne dell’Aspromonte, in Calabria e, dopo un duro scontro, Garibaldi, ferito a una gamba, venne arrestato. Ma la detenzione non durò molto: il generale minacciò di rendere pubbliche le lettere del re in cui lo incitava a prendere Roma. Il 5 ottobre, Vittorio Emanuele concedeva l’amnistia.

Un passo in avanti per la buona risoluzione della questione romana fu fatto nel 1864 con la firma della Convenzione di settembre tra Francia e Regno d’Italia, con cui l’Italia si sostituiva alla Francia nella tutela dello Stato pontificio. In cambio, a garanzia dell’accordo, l’Italia dovette spostare la capitale a Firenze, cosa che avvenne nel 1866.

L’ultimo fallimentare tentativo di prendere Roma con la forza lo compì, nuovamente, Garibaldi, nell’ottobre 1867. Il progetto prevedeva sempre una spedizione di volontari, ma questa volta comprendeva anche la partecipazione dei patrioti romani, che si sarebbero occupati di organizzare un’insurrezione interna. Nonostante la Convenzione di settembre, Napoleone III non stette a guardare e inviò l’esercito, che il 3 novembre sbaragliò i garibaldini a Mentana.

Questa esperienza aveva reso chiaro che risolvere la questione romana non sarebbe stato possibile finché la Francia non si fosse fatta da parte. E, inaspettatamente, ciò avvenne verso la fine dell’estate del 1870.

La fine dell’impero di Napoleone III

Il 19 luglio 1870, in seguito a tensioni per la successione sul trono spagnolo, la Francia di Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, la nascente potenza europea che aveva sbaragliato l’Impero asburgico a Sadowa nel 1866 – favorendo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia –, e si stava apprestando ora a unificare la Germania. La Francia, che aveva sottovalutato la forza della Prussia, si presentò alla prova delle armi impreparata, con un esercito inferiore tanto sotto il profilo numerico, quanto sotto quello organizzativo. E questa inferiorità fu subito evidente: per tutto il mese di agosto, l’esercito francese subì sconfitte, certo non gravi, ma che fiaccarono decisamente il morale delle truppe e disorientarono gli ufficiali. La battaglia decisiva si svolse il 1° settembre, nei pressi della piccola cittadina di Sedan, al confine con il Belgio. L’esercito francese, comandato da Napoleone III in persona, venne decimato, l’imperatore si consegnò ai prussiani come prigioniero insieme al resto dei suoi uomini e, la mattina del 2 settembre, firmò la resa. Il Secondo impero francese era finito.

Ci furono immediate ripercussioni in Italia, che a determinare quell’esito aveva, in parte, collaborato. Pare che Vittorio Emanuele, tra 1868 e 1869, avesse segretamente portato avanti, attraverso uno scambio epistolare, un accordo difensivo-offensivo con Francia e Austria, proprio in virtù del protagonismo prussiano; il tutto, com’era tipico della politica di Vittorio Emanuele, a insaputa del governo. Al momento dello scoppio della guerra, dunque, il re si trovò in imbarazzo, perché avrebbe dovuto comunicare al primo ministro Giovanni Lanza, che sosteneva fermamente di restare neutrali, tali accordi. Ma, come ha scritto lo storico Denis Mack Smith, «la corrispondenza che Vittorio Emanuele aveva avuto con Napoleone sul trattato era privata, ed egli si accorse all’improvviso di non averne conservata copia»: fu facile, dunque, uscire dalla gabbia e mantenere la neutralità.

Ma, con la caduta dell’impero, cadeva anche l’ultimo impedimento alla conquista di Roma.

Roma capitale

I preparativi iniziarono già nei primi giorni di settembre, con una lettera di Vittorio Emanuele a Pio IX in cui, cercando di circuirlo, il re cercò di far accettare al pontefice un rafforzamento dell’esercito italiano e una sua parziale penetrazione nella città santa. Nel frattempo, iniziavano i preparativi per la spedizione nello Stato pontificio. Dopo una ferma risposta negativa del papa al re, l’esercito regio, l’11 settembre, penetrò nel territorio pontificio, e nei giorni successivi si avvicinò alla capitale, accampandosi ai lati dell’Aniene, il 17 settembre. Il 19 le truppe erano posizionate attorno alle mura e pronte all’assalto, che iniziò alle prime ore del mattino del 20 settembre. Già nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno, il comandante generale dell’esercito pontificio, il tedesco Hermann Kanzler, firmò la resa al generale Cadorna e abbandonò la città con le sue truppe.

Così com’era già successo per gli altri Stati che si erano uniti al Piemonte per formare il Regno d’Italia, anche per lo Stato pontificio si volle legittimare l’annessione attraverso plebisciti a suffragio universale maschile, che furono indetti per il 2 ottobre 1870. La vittoria dei “sì” all’annessione fu pressoché totale: 133.681 contro 1.507 “no”. A Roma, il sì registrò il 99,9% di preferenze. Pochi giorni dopo, ricevendo a Firenze, nella sala del trono di Palazzo Pitti, una delegazione che gli presentò i risultati, Vittorio Emanuele pronunciò un toccante discorso.

«Infine, l’ardua impresa è compiuta e la patria ricostituita. Il nome di Roma, il più grande che suoni sulle bocche degli uomini, si ricongiunge oggi a quello d’Italia, il nome più caro al mio cuore. Il plebiscito pronunciato con sì maravigliosa concordia dal popolo romano, e accolto con festosa unanimità in tutte le parti del Regno, riconsacra le basi del nostro patto nazionale, e mostra una volta di più che, se noi dobbiamo non poco alla fortuna, dobbiamo assai più all’evidente giustizia della nostra causa. […] Io, come Re e come cattolico, nel proclamare l’unità d’Italia, rimango fermo nel proposito di assicurare la libertà della Chiesa e l’indipendenza del Sovrano Pontefice; e con questa dichiarazione solenne io accetto dalle vostre mani, egregi signori, il plebiscito di Roma e lo presento agli Italiani, augurando ch’essi sappiano mostrarsi pari alle glorie de’ nostri antichi e degni delle presenti fortune».

Nonostante la proclamata «libertà della Chiesa e l’indipendenza del Sovrano Pontefice», i rapporti con Pio IX furono regolati solo l’anno successivo, il 13 maggio 1871, quando il Parlamento italiano approvò la cosiddetta “legge delle guarentigie”. Con essa, il Regno d’Italia si impegnava a garantire il libero svolgimento del magistero spirituale del pontefice, gli assicurava prerogative simili a quelle che aveva in quanto capo di Stato (tenere guardie armate, avere rappresentanza diplomatica, ricevere onori sovrani) e gli offriva una dote annua pari a quella iscritta nel bilancio pontificio per mantenere la corte, che Pio IX, però, rifiutò con sprezzo – non fece lo stesso Pio XI, nel 1929, alla stipula dei Patti Lateranensi.

Mancava solo più l’ultimo passo, il trasferimento della capitale. La legge per attuarlo entrò in vigore il 3 febbraio 1871, ma prima bisognava regolare i rapporti con la Santa Sede. Passata anche la “legge delle guarentigie”, era tutto finalmente pronto. L’erede al trono Umberto, con la moglie Margherita e il piccolo Vittorio Emanuele si erano già trasferiti a Roma in gennaio, ma ora era il turno del governo (1° luglio) e del re, che arrivò il 2 luglio e si insediò al Quirinale. Tutta l’Italia, finalmente, era riunita, e Roma era la sua capitale.

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Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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