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Giorgia Meloni e la storica battaglia della Destra Italiana: il Presidenzialismo

Il Presidenzialismo minerebbe le fondamenta stesse della Costituzione, fatte di "pesi e contrappesi"

Sono quasi dieci anni che Fratelli d’Italia avanza proposte per trasformare l’Italia in un qualche tipo di repubblica presidenziale, fino ad ora si poteva parlare di ostentazione e/o sfrontatezza, ma con gli ultimi sondaggi che danno la Deputata romana oltre il 26%, il prospettarsi di pericolosi esperimenti costituzionali si concretizza.

Il sogno nel cassetto di Giorgia Meloni

La campagna elettorale si avvicina alla conclusione, i sondaggi presagiscono una maggioranza politica talmente vasta da non conoscere precedenti nella storia repubblicana, un’occasione ghiotta per la leader di FdI, da sempre sostenitrice e spesso fautrice di una progressiva e radicale riforma della costituzione in ottica presidenziale.

Ricordiamo tre occasioni in cui la Deputata romana presentò tre proposte di riforma costituzionale, a partire dall’Epoca Berlusconiana, in particolare nel 2013, 2018 e 2019.

In tutte le occasioni l’elemento ricorrente era uno: l’elezione diretta del Capo dello Stato, con conseguente abbassamento dell’età minima per l’Elettorato passivo.

Il naturale evolversi del pacchetto di riforme prevederebbe il convergere delle funzioni del Presidente del Consiglio dei Ministri nel Capo dello Stato, per intenderci sul modello Francese ed il loro sistema semi-presidenziale.

Se ora provassimo ad immaginare questa nuova figura istituzionale che ci si prospetta, ovvero un Presidente della Repubblica eletto, probabilmente, a doppio mandato e quindi forte di un ampissimo consenso popolare, ci troveremmo inevitabilmente difronte ad un Parlamento frammentato impossibilitato a sfiduciare il Governo, in quanto chi lo presiede gode della facoltà di sciogliere le camere.

Perché i Costituenti scelsero la centralità del parlamento

Per quanto possa sembrare allettante una prospettiva di un Capo del Governo forte di una tale autonomia, esiste una motivazione radicata nella storia del nostro “bel Paese” per cui i Padri Costituenti predilessero la centralità del Parlamento rispetto a quella del Governo ed è tanto semplice quanto profonda:

Prendiamo come esempio i nostri fratelli Europei, il comune denominatore di nazioni come: Francia, Germania e Regno Unito è il loro storico e radicato senso di appartenenza nazionale, risultato di secoli di unità, sebbene in principio come Regni e Imperi, queste nazioni hanno creato nel tempo unità ideologica e di appartenenza; ne consegue che il Presidente della Repubblica Francese, il Cancelliere Tedesco o il Premier Britannico, siano pienamente capaci di rappresentare il loro popolo nella loro più totale completezza dal punto di vista ideologico, e differenziarsi dai loro avversari politici solo per temi economici e amministrativi.

Al contrario l’Italia può definirsi “unita” da appena 161 anni e Repubblica da soli 76, l’eredità di millenni di frammentazione geografica hanno lasciato impresse nella Società Italiana odierna cicatrici talmente radicate da impossibilitare un membro della classe dirigente a rappresentare, nell’accezione più pura del termine, parimenti un cittadino del Mezzogiorno ed uno della regione Padana; in quest’ottica il nostro sistema di Governo Parlamentare è il risultato dell’intenzione dei Costituenti a garantire una equa rappresentanza ad un popolo tanto frammentato.

«Il rischio di un intervento così ampio sul bilanciamento tra i poteri è quello di deprimere il pluralismo che è l’ossigeno di una società complessa ed articolata come quella italiana, in funzione di una democrazia iper maggioritaria che, tuttavia, per essere tale, necessità di sopprimere la discussione e la mediazione parlamentare sacrificando il ruolo delle minoranze e delle parti sociali»

-Michele Della Morte, professore di diritto Costituzionale all’università del Molise-

La posizione di PD, M5S e Azione

Dal fronte opposto la coalizione di centro sinistra risponde con toni accusatori, il Segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, rilascia la seguente considerazione: “Io sono contro il presidenzialismo, lo trovo una scorciatoia insidiosa, il modo populista di dire ai cittadini: guardate, le cose non vanno bene, datemi tutti i poteri in mano e risolvo io”, e aggiunge:

“Una legislatura che si imbarca in uno scontro di civiltà su un cambio di Costituzione è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Mandare a casa Mattarella è il vero obiettivo delle destre, ma noi ci opporremo in ogni modo”.

Carlo Calenda, ritiene che tutto il dibattito non sia che “un’arma di distrazione di massa”.

Per il segretario di Azione il problema risiede maggiormente nelle intenzioni della coalizione di centrodestra di “nazionalizzare tutto” dichiarando però di essere più che disponibile a sedersi ad un tavolo e discutere di riforme costituzionali a patto che lo si faccia in modo “serio”, aprendo così alla possibilità di manforte da parte della coalizione Azione/IV.

Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, sembra non prestare troppa attenzione alla questione “presidenzialismo”, la strategia elettorale dei Grillini rimane quella di difendere a spada tratta le proprie battaglie storiche, in particolar modo la minaccia di una abrogazione del RdC, accusando la favorita verso Palazzo Chigi, Giorgia Meloni, di voler fomentare una “guerra civile” attraverso una “guerra ai poveri”.

 

 

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