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La settimana…di Berlusconi, del post-Sanremo e dei decreti!

Disegni di legge, incontri diplomatici, meeting all'estero, dichiarazioni: ecco la nuova puntata della rubrica che vi racconta i fatti della settimana. Per non perdere il filo tra le notizie che ogni giorno ci sommergono. Buona lettura!

Il centrodestra ha vinto le elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia. Sia Rocca che Fontana hanno preso più del 50% dei voti, ma a vincere davvero è stato l’astensionismo.

Grande protagonista di questa settimana è stato Silvio Berlusconi. All’uscita dal suo seggio milanese, domenica, il leader di Forza Italia ha espresso il suo pensiero sulla guerra in Ucraina: se fosse lui premier, non ci andrebbe a parlare con Zelensky a Kiev, perché gli ucraini stanno morendo ed è colpa sua. «Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto. Giudico molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore». La soluzione, per lui, è semplice. Se fosse Biden, metterebbe in campo un «piano Marshall di 6, 7, 8, 9 mila miliardi di dollari», ma a una condizione: «che tu domani ordini il cessate il fuoco, anche perché noi da domani non ti daremo più dollari e non ti daremo più armi. Soltanto una cosa del genere potrebbe convincere questo signore ad arrivare a un cessate il fuoco». Insomma, per Berlusconi la guerra è scoppiata a causa dell’Ucraina e va avanti sempre per colpa dell’Ucraina, sostenuta dai soldi e dalle armi degli Usa.

Una visione che stravolge la realtà, e che mette l’Italia in una posizione difficile in Europa. Non sono bastate le smentite di Palazzo Chigi («Il sostegno all’Ucraina è saldo e convinto») e di Antonio Tajani, che, intervistato da Repubblica, ha ribadito il sostegno di Forza Italia alla resistenza di Kiev e ha ricordato come «i nostri voti per l’invio di armi non sono mai venuti meno». Il governo ucraino, infatti, ha criticato ferocemente Berlusconi (un «agitatore vip che agisce nel quadro della propaganda russa» e «tenta di baciare le mani di Putin, insanguinate fino ai gomiti. Un tentativo di dimostrare la sua lealtà al dittatore russo») e il Ppe (il raggruppamento europeo di cui fa parte Forza Italia) si è dissociato dalle sue parole: «Non riflettono la nostra linea politica. La Russia è l’aggressore, l’Ucraina è la vittima». Meloni ha comunque ribadito di volersi recare a Kiev prima del 24 febbraio, quando si chiuderà il primo anno di guerra.

Berlusconi, però, ha ottenuto un importante vittoria personale. Mercoledì 15 febbraio è stato assolto dall’accusa di corruzione in atti giudiziari, assieme ad altri 28 imputati, nell’ambito del processo Ruby ter. «Perché il fatto non sussiste», recita la sentenza, ma permangono «indizi non equivoci» di possibile corruzione. L’assoluzione, infatti, è arrivata per questioni tecniche-procedurali.

La questione Delmastro-Donzelli

Rimanendo nell’ambito giudiziario, il Guardasigilli Carlo Nordio ha respinto la richiesta di revoca del 41bis avanzata dal legale di Alfredo Cospito. Non ci sono i motivi, secondo il ministro, e se lo revocasse per motivi sanitari, anche altri detenuti potrebbero intraprendere la stessa via.

Contestualmente, Nordio si è espresso anche sulla vicenda che coinvolge Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli. Secondo il ministro, i contenuti delle intercettazioni di cui Delmastro ha parlato con l’amico Donzelli erano sì atti a «limitata divulgazione», ma «non erano atti classificati», non c’era su di essi il segreto di Stato.

Tutto risolto? Assolutamente no. Ora Delmastro è indagato per rivelazione di segreti d’ufficio. Perché, come ha evidenziato Giovanni Bianconi, «al di là del segreto di stato esiste un segreto d’ufficio che vale per tutti gli uffici pubblici».

Nel frattempo, Cospito, traferito all’ospedale San Paolo, ha ricominciato ad assumere il potassio, per arrivare in condizioni migliori al 24 febbraio, giorno della pronuncia della Cassazione sul mantenimento del 41bis.

Le mani del governo sulla Rai

Lo tsunami Sanremo è finito ed è tempo di raccogliere i cocci. Dopo le mille polemiche, dalla presenza del Presidente della Repubblica Mattarella alle parole di Paola Egonu (“L’Italia è razzista, ma sta migliorando”), dal freestyle di Fedez al discorso di Chiara Francini sulla maternità, per finire con il bacio in diretta di Rosa Chemical a Fedez, Fratelli d’Italia invoca le dimissioni dei vertici Rai, in primis l’ad Carlo Fuortes e il direttore dell’intrattenimento prime time Stefano Coletta. E non solo la Rai: pare sia in dubbio anche la conduzione di Amadeus del prossimo Festival.

D’altronde, come ha detto Giancarlo Mazzi, il sottosegretario alla Cultura, è cambiato il governo e deve cambiare anche la narrazione del Paese. Posto che ogni governo ha cercato (spesso con successo) di mettere le mani sulla TV pubblica, quale sarebbe questa narrazione? Probabilmente, difendere i valori tradizionali.

Anche se il numero degli ascolti di Sanremo, da record, ha dimostrato che il Paese va da un’altra parte, scrive Sebastiano Messina su Repubblica: «Sanremo non avrebbe fatto il pieno di ascolti se non fosse lo specchio dell’Italia di oggi». Per questo chiede alla presidente Meloni: «Vuole usare il servizio pubblico per ottenere un’egemonia culturale fondata sul ritorno al passato, inseguendo l’idea di un’Italia che per fortuna ormai non c’è più?».

La settimana delle decisioni

Settimana ricca, per il Parlamento, che è stato chiamato ad esprimersi su almeno tre questioni:

  • Conversione del Decreto Ong. La Camera ha approvato la conversione del decreto-legge che introduce il codice di condotta e nuove regole per le ONG – tra cui quella di non poter effettuare più salvataggi in una stessa operazione. Ora il testo approda in Senato per la definitiva conversione.
  • Decreto-legge Pnrr. Venerdì è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il decreto legge che ha modificato la governance del Pnrr, accentando le competenze a Palazzo Chigi.
  • Decreto Milleproroghe. Il Senato ha dato il via libera al Decreto Milleproroghe, che ora passa nuovamente alla Camera per essere approvato (entro il 27 febbraio). Il governo, molto probabilmente, vi porrà la fiducia.

Alcune misure contenute nel decreto Milleproroghe hanno nuove, grandi fratture sia all’interno della maggioranza di governo, sia con l’Europa.

Le reazioni più clamorose le ha create la decisione di bloccare gli sconti in fattura e le cessioni dei crediti d’imposta per tutti i bonus edilizi. Superbonus compreso. Rimarrà solo la possibilità di detrarli. Il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha parlato di una scelta obbligata: d’altronde, finora i bonus edilizi sono costati allo Stato quasi 120 miliardi di euro (72 miliardi solo il Superbonus) – che sono stati utilizzati solo per l’1% degli immobili. Una cifra spropositata, immane, non sostenibile. Questa decisione ha sollevato grandi proteste. Da parte di Forza Italia, che ha chiesto di modificare il testo e di non porre la fiducia sul voto del decreto. E da parte dei sindacati e delle associazioni di categoria, che stimano in 100.000 i posti di lavoro a rischio.

Ma è controversa anche la decisione di prorogare fino alla fine dell’anno le concessioni balneari, senza quindi emanare bandi di assegnazione. Il rinvio viola la sentenza del Consiglio di Stato, che aveva fissato come termine ultimo e improrogabile per i bandi il 31 dicembre 2023. E ciò espone l’Italia a una possibile procedura d’infrazione.

Infine, l’Europarlamento ha approvato quasi all’unanimità lo stop, a partire dal 2035, della vendita di autovetture alimentate a benzina e diesel, compresi gli ibridi.

Procedure d’infrazione

Chiudiamo con la decisione dell’Unione europea di aprire due procedure di infrazione nei confronti dell’Italia. Le attuali norme che regolano l’assegnazione del reddito di cittadinanza e l’assegno unico e universale per i figli a carico violerebbero i regolamenti europei. Nello specifico, è il requisito della residenza (10 anni per il reddito di cittadinanza, due per l’assegno unico) a discriminare non solo i cittadini europei, ma anche i richiedenti asilo, i residenti di lunga – ma non abbastanza – data, i beneficiari di protezione internazionale.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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