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Benito Mussolini duce del fascismo

Tracciare una parabola coerente dell’esperienza politica di Mussolini è compito assai complicato. Centinaia di migliaia di pagine sono state scritte da storici, politologi, giornalisti, biografi del duce, italiani e stranieri, e in tutti questi lavori ciò che emerge chiarissimo è che spesso Mussolini ha cambiato posizioni, nel corso dei suoi trent’anni di carriera politica.

Il Mussolini politico è nato come un socialista rivoluzionario, marxista, repubblicano, ostile alla monarchia e alla Chiesa, pacifista, antimilitarista. Nel novembre 1914 si manifesta una prima svolta nel suo pensiero, quella interventista, che gli toglierà la direzione dell’«Avanti!» e la tessera del Psi, ma a quest’altezza ha già abbracciato posizioni nazionaliste che fino a poco prima erano assenti. Nel programma dei Fasci di Combattimento, comunque, non mancavano molte di quelle istanze del periodo socialista – e infatti è stato definito un «movimento che si schierava a sinistra» (G. Sabbatucci, V. Vidotto, Storia contemporanea. Il Novecento, Laterza, 2008).

I cambiamenti di rotta più evidenti nella politica di Mussolini, però, si vedono a partire dalla fondazione del Partito nazionale fascista e dall’esperienza di governo, e in particolare su tre aspetti: la politica economica, che da liberista si trasformò prima in protezionista e poi, dalla metà degli anni ’30, in autarchica e decisamente statalista, e l’atteggiamento nei confronti della Chiesa e della monarchia. Bisogna chiedersi il perché di questi cambiamenti: motivi ideologici, di necessità o di convenienza? Sulla linea economica, sicuramente sono intervenute delle contingenze, su tutte la crisi economica del ’29, ma non sono mancati aspetti quali l’ottenimento di prestigio internazionale, il mantenimento della stabilità finanziaria del Paese e degli errori di valutazione – mi riferisco alla battaglia per “quota 90”, cioè il raggiungimento del cambio monetario 1 sterlina/90 lire. Diversa invece la questione della svolta sulla Chiesa e la monarchia: un partito che intendeva diventare forza di governo in Italia negli ’20 del Novecento doveva necessariamente fare i conti con il sentimento degli elettori, per la stragrande maggioranza cattolici e monarchici. In quest’ottica “normalizzatrice” deve essere vista la presentazione di ministri appartenenti a quasi tutti l’arco istituzionale nel 1922, la riforma dell’istruzione Gentile nel 1923 (estremamente cedevole nei confronti della Chiesa) e la firma dei Patti Lateranensi nel 1929.

La politica mussoliniana, comunque, non fu solo cambi di rotta repentini. Possiamo individuare alcune continuità dal punto di vista ideologico, come il nazionalismo e una politica espansionistica (anche se inizialmente molto indefinita), e, soprattutto, dal punto di vista del “metodo”: l’utilizzo della violenza come strumento politico e della repressione delle opposizioni, la conquista e il mantenimento del consenso attraverso il costante uso della propaganda e la volontà di sovrapporre il partito allo Stato; anzi, la volontà del partito di “farsi” Stato. È in riferimento a queste caratteristiche che un antifascista come Giovanni Amendola ha coniato l’aggettivo “totalitario” per descrivere il fascismo.

Propaganda e controllo dell’informazione

L’importanza della propaganda e del controllo dell’opinione pubblica tramite il controllo dei mezzi di comunicazione era centrale nell’ideologia fascista. D’altronde, Mussolini era e si sentiva un giornalista, la sua ascesa politica fu costruita sulla sua abilità nell’“annusare” gli umori dell’opinione pubblica, assecondarli e, soprattutto, plasmarli, attraverso l’informazione.

Il settore che più di tutti subì la tutela del regime fu la stampa, per l’ovvio motivo di essere, all’epoca, il principale mezzo d’informazione: dal 1922 la stampa fu fascistizzata favorendo l’ascesa, nelle proprietà dei giornali, di personaggi vicini al regime, stabilendo i criteri con cui accedere alla professione giornalistica e, progressivamente, con interventi sempre più restrittivi e censuranti, dalla chiusura dei giornali d’opposizione all’intervento sui contenuti degli articoli con le “veline” – Mussolini si vantò sempre di leggere, e quindi controllare, tutti i giornali italiani «dalla prima all’ultima pagina» – alla creazione del Ministero della Cultura Popolare (1937). Alla stampa principalmente Mussolini affidò il compito di guadagnare e mantenere il consenso, di far accettare i suoi progetti e le sue decisioni agli italiani, di costruire l’“uomo nuovo” fascista. Un analogo controllo fu esercitato anche sui nuovi mezzi d’informazione che iniziarono a diffondersi in quegli anni, la radio e il cinema, per i quali furono create istituzioni ad hoc: l’Eiar (progenitrice della Rai) nel 1927 e l’Istituto Luce nel 1924, che produceva i cinegiornali, uno degli strumenti più importanti di propaganda di massa del regime.

Permeare la società civile

Nella conquista e nel mantenimento del potere, fu fondamentale per il fascismo l’opera di progressiva sovrapposizione delle strutture del partito a quelle dello Stato: le cariche istituzionali presto divennero prerogativa dei gerarchi fascisti, lavorare nella pubblica amministrazione era possibile solo essendo iscritti al partito, nacquero nuove istituzioni statali per raggiungere gli obiettivi del partito. In un altro contributo ho illustrato l’aspetto legislativo, le leggi “fascistissime”, ma un intervento puramente repressivo quasi mai è efficace. Per questo, a partire dalla metà degli anni ’20, il partito fascista iniziò l’opera di “occupazione” della società civile attraverso la creazione di tutta una serie di organismi collaterali, come l’Opera nazionale dopolavoro, che si occupava di organizzare il tempo libero dei lavoratori.

L’obiettivo ultimo di questa azione invasiva era riplasmare la società dalle fondamenta, rinnovando nel profondo l’italiano “borghese”: inteso, questo, non come classe sociale, ma come atteggiamento mentale caratterizzato dalla ricerca di agio e di una vita facile, dall’individualismo, dalla ricerca del profitto. Per questo motivo particolare attenzione fu data all’irreggimento delle nuove generazioni, dei giovani, coloro che, nei progetti del regime, sarebbero diventati gli “uomini nuovi” intimamente fascisti. Va letta sotto questa lente la creazione dei Fasci giovanili (18-21 anni), dei Gruppi universitari fascisti e, soprattutto, dell’Opera nazionale Balilla: nata nel 1926, l’Onb raccoglieva tutti i giovani, divisi per genere in strutture differenti, tra gli 8 e i 18 anni e li iniziava all’ideologa del regime. Accanto alle organizzazioni giovanili, altro luogo di indottrinamento della gioventù divenne la scuola, attraverso il controllo sia sui docenti, sia sui libri scolastici.

Questo sforzo compiuto da Mussolini per rendere il fascismo un “totalitarismo” vero ed estirpare la mediocrità dal carattere degli italiani, però, ebbe nel complesso scarsi risultati e quasi solo sui giovani, che si abituarono al regime e a “pensare fascista”.

La fine del consenso

Dalla metà degli anni ‘30, la politica espansionistica intrapresa da Mussolini perse quei caratteri di indeterminatezza che aveva avuto agli inizi e si indirizzò verso una politica di potenza, colonialista e ostile alle democrazie occidentali. Fu su questo terreno della politica estera che il regime prima raggiunse l’apice del consenso, con la vittoriosa campagna d’Etiopia, terminata nel maggio 1936, e poi lo perse rovinosamente a partire dal novembre dello stesso anno, quando venne firmato l’Asse Roma-Berlino. Da quel momento, le scelte di Mussolini avvicinarono sempre più l’Italia fascista alla Germania nazista e la allontanarono dall’opinione pubblica interna e dagli ambienti ecclesiastici, che fino a quel momento avevano sostenuto il regime. In particolare, lo fecero la pubblicazione del Manifesto della razza e l’adozione delle leggi razziali, ricalcate su quelle naziste, che ottennero gli effetti opposti di quelli sperati.

I Provvedimenti per la difesa della razza furono emanati nel novembre 1938, alla vigilia dello scoppio della guerra. Un appuntamento a cui l’Italia si apprestava a presentarsi completamente impreparata, dal punto di vista economico e militare. E in una crisi di consensi che le atrocità della guerra approfondirono fino alla rottura definitiva.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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