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Le origini del fascismo

Milano, Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919.

Nel salone del Circolo dell’Alleanza industriale e commerciale si sono riunite un centinaio di persone, delle più diverse classi sociali e opinioni politiche: ex-interventisti, ex-combattenti, futuristi, anarco-sindacalisti, nazionalisti, ex-socialisti. Come mai? Nelle settimane precedenti, sul suo giornale, «Il Popolo d’Italia», Benito Mussolini aveva tenuto una pressante campagna che chiamava all’adunata principalmente i reduci, ma che si apriva a tutte quelle frange scontente dai risultati della guerra. Cavalcando il malcontento, Mussolini espone il suo progetto: la creazione di un nuovo movimento, vitalistico e rivoluzionario, che miri a trasformare l’“Italietta” giolittiana in una nuova grande potenza europea. Il programma del nuovo movimento, però, è ancora molto confuso. Si mescolano assieme istanze conservatrici e nazionaliste, come la rivendicazione di Fiume, ad altre socialisteggianti, come il suffragio universale, la partecipazione degli operai alle aziende, la conferma della riduzione dell’orario di lavoro a otto ore. Molto forte è la componente antimonarchica, antiparlamentare, anticlericale, antisocialista: insomma, una contestazione tout court della realtà del momento, dominata dai socialisti e dalla lenta agonia di un sistema politico, quello liberal-democratico, che non aveva saputo cambiare per governare il nuovo mondo uscito dalla guerra. Gli ascoltatori sono affascinati: Mussolini è un grande oratore, carismatico, dice esattamente quello che loro vogliono sentirsi dire, e soprattutto non rimanda questo progetto a un indeterminato domani; no, Mussolini è un uomo d’azione e chiama a raccolta altri uomini d’azione, pronti a mobilitarsi immediatamente e anche a usare la violenza, se necessario.

Il 23 marzo 1919, in Piazza San Sepolcro, nascevano i Fasci di Combattimento.

L’Italia del dopoguerra

L’Italia del dopoguerra era un Paese in una gravissima situazione economica, politica e sociale. La fine della guerra aveva significato smobilitazione delle fabbriche e disoccupazione, dunque povertà ed enormi problemi sociali. A questo si aggiungeva la profonda crisi della vecchia classe dirigente liberale, che aveva perso credibilità per non aver saputo “farsi valere” al tavolo delle trattative di Versailles e, più in generale, aveva perso terreno rispetto ai due grandi partiti di massa, quello socialista e il nuovo Partito popolare, fondato nel 1919 da Don Luigi Sturzo. A livello sociale, infine, tre erano le questioni che resero esplosiva la situazione in Italia nel dopoguerra: i problemi del “reducismo”, della “vittoria mutilata” e l’ondata di scioperi e lotte “rosse”.

Partiamo dal primo, il reducismo. Il rientro dalla guerra fu traumatico per tutti quei soldati che avevano rischiato la vita al fronte e che, dopo le promesse di assistenza da parte dello Stato, venivano ora lasciati da soli ad affrontare il difficile reinserimento nella società e la mancanza di posti di lavoro – a cui essi, visto il loro impegno in guerra, credevano di avere diritto. A questo, si aggiungeva la cocente delusione per la mancata annessione della città di Fiume, che aveva fatto passare in secondo piano le grandi conquiste territoriali che l’Italia aveva in realtà ottenuto dalla pace (Trento, Trieste e l’Istria). Larghi strati dell’opinione pubblica, e soprattutto quegli stessi soldati, si sentirono traditi da quella classe dirigente che aveva gestito la posizione dell’Italia alle trattative di Versailles, non riuscendo a farsi valere: è la famosa “vittoria mutilata”, espressione coniata da Gabriele D’Annunzio.

Un paragrafo a parte merita il cosiddetto “biennio rosso”, ovvero quell’ondata di scioperi, di lotte, di occupazione delle fabbriche che agitarono tanto le campagne quanto le città italiane tra il giugno del 1919 e la fine del 1920, e di cui furono protagonisti i sindacati e il movimento operaio. Qui la questione è piuttosto complessa, perché sono molte e intrecciate tra loro le radici delle rivendicazioni: quelle più classiche del sindacalismo (riduzione dell’orario di lavoro, aumento dei salari, modifiche in materia di collocamento), ma anche la disastrosa condizione economica in cui versava il Paese. Tuttavia, quest’ondata traeva maggior forza, e modellava le sue richieste, anche dalla grande novità del dopoguerra: la nascita dell’Unione Sovietica dalla Rivoluzione d’ottobre (1917). Lo slogan del “biennio rosso”, infatti, era “fare come in Russia”, cioè instaurare una repubblica socialista fondata sulla dittatura del proletariato. Una situazione che, in quel momento, non sembrava così lontana dall’avversarsi: nelle campagne la presenza e l’egemonia delle “leghe rosse” era indiscussa; nelle aziende, i neonati consigli di fabbrica (versione italiana dei soviet russi) intendevano ribaltare i rapporti di forza tra operai e imprenditori e, in prospettiva, si ponevano come punti di riferimento della futura società socialista; il grande sciopero generale del luglio 1919, lo “scioperissimo”, a difesa della Russia sovietica, da molti fu interpretato come l’inizio della rivoluzione. Tutto ciò generò grandi attese tra gli attivisti e altrettanto grandi paure nel resto delle componenti sociali. Una paura che fu accresciuta dall’atteggiamento del governo di parziale accettazione delle rivendicazioni (otto ore lavorative, minimo salariale, elezione dei propri rappresentanti nelle fabbriche) e di non repressione con la forza gli scioperi. Fu proprio in questo momento che iniziò a emergere il fenomeno dello squadrismo fascista.

Lo squadrismo: il “biennio nero”

Partiamo da un presupposto: l’esperienza della guerra aveva generato, in Italia ma non solo, un’assuefazione all’uso della violenza. Per questo, l’emergere del fenomeno squadrista non destò particolare indignazione; anzi, da molti fu visto come il modo per fermare l’avanzata socialista nel paese e ripristinare l’ordine. Altro elemento da tenere ben presente è che le squadre fasciste non furono semplicemente il “braccio armato” del movimento politico fascista; lo squadrismo fu qualcosa di più complesso, in parte diverso, e in almeno due momenti entrò in forte contrasto con Mussolini: dopo le elezioni del 1921 e nella crisi seguita all’omicidio Matteotti.

Le squadre fasciste erano delle formazioni paramilitari armate guidate da capi locali, i ras, spesso ex ufficiali (Dino Grandi a Bologna, Italo Balbo a Ferrara, Roberto Farinacci a Cremona, cioè futuri deputati e ministri del Regno). Come abbiamo detto, nella società c’era un’assuefazione alla violenza, ma quella praticata dalle squadre si poneva su un altro piano: esse, infatti, utilizzavano la violenza come strumento di scontro politico. Una violenza quotidiana, sistematica nei confronti dei luoghi del socialismo – Camere del lavoro, sedi dei sindacati – e dei leader stessi del movimento, sottoposti a persecuzioni, violenze, umiliazioni – sono ben noti gli effetti dell’olio di ricino –, arrivando anche all’uccisione. Le prime azioni di questo genere risalgono al 1919 (nell’aprile fu distrutta la sede dell’«Avanti!» a Milano), ma i fascisti dispiegarono tutta la loro forza nel 1921-22, quando il movimento operaio iniziava a perdere forza: era il “biennio nero”, contrapposto a quello “rosso” (lo stesso nome “biennio rosso” fu coniato proprio dai fascisti per giustificare la loro azione repressiva).

Soprattutto, le squadre poterono beneficiare di tre fattori: la benevolente indifferenza, e in alcuni casi l’esplicita complicità, delle forze dell’ordine, che spesso chiusero entrambi gli occhi di fronte alla violenza pur di “debellare” il pericolo rosso; l’aperto sostegno dei proprietari terrieri, che più avevano perso dalle conquiste del movimento operaio; una classe politica liberale che non si oppose fermamente al fascismo, pensando prima di utilizzarlo per indebolire i due grandi partiti di massa, poi “domarlo” e farlo rientrare nel normale gioco parlamentare. Un gravissimo errore di valutazione, che aprì la strada di Montecitorio ai fascisti.

Da movimento a partito: i fascisti in Parlamento

Nel novembre 1919, a pochi mesi dalla creazione dei Fasci di Combattimento, il movimento si presentava alle prime elezioni politiche del dopoguerra, non ottenendo però alcun seggio. Questo risultato convinse Mussolini a imboccare una strada diversa: quella di assecondare, da un lato, l’ondata antisocialista che aveva preso vita nelle campagne, dove più forte era stata la protesta “rossa” e dove gli squadristi erano riusciti a intaccare la forte organizzazione dei sindacati e delle leghe rosse; dall’altro, di creare un movimento rispettabile nelle città che apparisse collaborativo nei confronti del vecchio mondo liberale, e ciò voleva dire abbandonare il programma originario di piazza San Sepolcro.

Si arriva così alle elezioni del maggio 1921, quando Giolitti, convinto della possibilità di normalizzare il movimento fascista, inserì alcuni candidati fascisti nelle liste di coalizione: era la definitiva consacrazione del movimento. Dai risultati delle urne, ben 35 deputati entrarono in Parlamento. Condizione essenziale per inserirsi nel gioco politico “ufficiale”, da parte di Mussolini, era l’accettazione di un patto di pacificazione con i socialisti, firmato nell’agosto 1921, che avrebbe dovuto mettere fine al clima di violenza. Ciò significava, per Mussolini, sconfessare lo squadrismo e allontanare una parte non indifferente dei suoi sostenitori. Si creò una frattura tra le due anime del fascismo, che si sarebbe ricomposta solo ai primi di novembre del 1921, in un congresso dei Fasci di combattimento tenutosi a Roma: Mussolini, consapevole di non poter rinunciare all’appoggio dei ras, sconfessò il patto di pacificazione; i ras accettarono di limitare la propria azione ed entrare nel gioco politico sotto la guida di Mussolini. Il 9 novembre 1921 il movimento fascista si trasformò così in un vero e proprio partito: il Partito nazionale fascista.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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