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16 marzo 1978. Il rapimento di Aldo Moro

Per la rubrica Hi, Storia!, oggi ricorre il quarantacinquesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Abbiamo voluto ricordarlo con un articolo. Buona lettura!

16 marzo 1978. Roma. Via Mario Fani. Ore 9:00.

Parcheggiata a bordo strada c’è un’auto. È una Fiat 128 bianca. Se ne vedono tante in giro, in questi anni. La Fiat è sinonimo di boom economico, è simbolo, allo stesso tempo, dell’oppressione del proletariato e di un benessere che, lentamente ma inesorabilmente, si sta diffondendo nella società italiana, anche tra le classi meno abbienti. Quella, però, è una 128 particolare: ha la targa del Corpo diplomatico. Al volante c’è un signore con capelli corti e scuri, i baffi folti.

Più avanti, all’angolo con via Stresa, di fronte alle serrande abbassate di un bar, ci sono quattro uomini in divisa Alitalia, la compagnia aerea statale. Hanno con sé le loro valigie. Sembrano spazientiti. Forse aspettano un autobus che è in ritardo. Forse sono stanchi, hanno lavorato tutta la notte e non vedono l’ora di andare a dormire.

Invece no. Non sono spazientiti. Sono nervosi. E non lavorano per Alitalia. Sono quattro militanti delle Brigate Rosse: Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli. Nelle valigie non hanno pantaloni e camicie pulite, ma quattro mitra. E l’uomo seduto nella 128 bianca non è un diplomatico. È Mario Moretti, membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse e a capo della colonna romana. A bordo di tre auto rubate, ci sono altri quattro brigatisti: Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Barbara Balzerani e Bruno Seghetti. Infine, c’è Rita Algranati, appostata all’angolo tra via Mario Fani e via Trionfale. Ha un mazzo di fiori in mano. Dieci brigatisti che aspettano. Chi? E perché?

Oggi è un giorno importante. Questa mattina, di fronte alla Camera dei deputati, si deve votare la fiducia al nuovo governo Andreotti. E per la prima volta dal dopoguerra, il PCI è pronto a sostenere la Democrazia cristiana e il governo che sta per formarsi. Un fatto storico. In un paese del Patto atlantico, negli anni della Guerra Fredda, uno dei più forti partiti comunisti europei sta per entrare nella maggioranza governativa. Un fatto inaccettabile. Sia per gli alleati americani, sia per ampie frange della sinistra più radicale, che da tempo non si riconoscono più nel Partito comunista e sentono l’avvicinamento alla Democrazia cristiana come il definitivo tradimento di tutti i loro ideali: comunisti, anticapitalisti, antifascisti.

Tra questi, ci sono proprio le Brigate Rosse. Che non sono più quelle nate nel 1969. Quasi tutti i membri del nucleo storico sono fuori dai giochi. Margherita “Mara” Cagol è morta nel giugno 1975 in un conflitto a fuoco con la polizia nei pressi di Acqui Terme, durante il sequestro del ricco imprenditore vitivinicolo Vittorio Vallarino Gancia. Alberto Franceschini e Renato Curcio sono in carcere. E proprio pochi giorni prima, il 9 marzo 1978, dopo due anni di rinvii, era iniziato, a Torino, il procedimento giudiziario contro i due leader e altri 43 membri dell’organizzazione terroristica. Lo Stato processa le Brigate Rosse. E le Brigate Rosse decidono di colpire lo Stato.

Gallinari, Morucci, Fiore, Bonisoli e Moretti stanno aspettando una Fiat 130 blu e un’Alfetta bianca. Ogni mattina fanno sempre la stessa strada, sempre alla stessa ora: poco prima delle 9 partono da via del Forte Trionfale, poi via Fani, via Stresa, via della Camilluccia e, infine, piazza dei Giuochi Delfici, alla chiesa di Santa Chiara. Le due auto sono quelle assegnate al Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e alla sua scorta. I brigatisti li aspettano perché hanno deciso di colpire lo Stato sequestrando uno dei suoi uomini più rappresentativi. Membro dell’Assemblea costituente nel 1946 e deputato dalla Prima legislatura della Repubblica italiana, due volte Presidente del Consiglio e più volte ministro, Aldo Moro non solo incarna la figura dell’uomo di Stato, ma è anche l’ideatore e il principale fautore dell’apertura a sinistra della Dc: negli anni ‘60 verso i socialisti, ora nei confronti dei comunisti. è quello che passerà alla storia come “compromesso storico”.

I brigatisti hanno pianificato tutto nel dettaglio. Nei mesi precedenti hanno acquistato un appartamento in via Montalcini 8, nel quartiere Portuense. Una zona tranquilla e periferica di Roma. L’hanno intestato ad Anna Laura Braghetti, che vi si è trasferita con Germano Maccari per costruire una situazione di apparente normalità e non destare sospetti. Lì dentro, poi, ci hanno tirato su dei muri: è la “prigione del popolo” in cui Moro trascorrerà i 55 giorni di prigionia. Hanno rubato le auto e falsificato le targhe. Hanno studiato le abitudini di Moro. Hanno studiato i luoghi in cui dovranno compiere il sequestro. Sanno, ad esempio, che ogni mattina, Antonio Spiriticchio vende fiori all’angolo tra via Stresa e via Fani, e per non rischiare di coinvolgerlo nello scontro a fuoco, la sera prima hanno tagliato le gomme del suo furgone da lavoro. Sotto casa sua, in via Angelo Brunetti. Hanno preparato nel dettaglio anche la fuga: nei giorni precedenti, hanno scoperto che una stradina secondaria, privata, li aiuterebbe a far perdere le tracce, ma è chiusa con catena e lucchetto; così, si portano dietro delle tronchesine. Lasciano un furgone in via Bitonti, che Moretti prenderà dopo aver abbandonato la sua auto; lo condurrà in piazza Madonna del Cenacolo, dove caricherà Aldo Moro rinchiuso in un cassone, e si dirigerà verso il parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi. Lì, ad aspettarlo, ci saranno Gallinari, Maccari – l’undicesimo brigatista che ha partecipato al sequestro Moro – e la Citroën della Braghetti, che avrebbe portato tutti e quattro in via Montalcini 8. D’altronde, era perfettamente normale vedere l’auto della brigatista girare per il quartiere Portuense.

Moretti è pronto a mettere in moto la 128 bianca. Manca solo il cenno di Rita Algranati, che deve segnalare l’arrivo dell’onorevole Moro.

Eccola. La 130 di Moro svolta su via Mario Fani. Accanto a lui, ci sono due carabinieri, Domenico Ricci e Oreste Leonardi. Dietro di loro, l’Alfetta, con a bordo altri il resto della scorta: Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moretti mette in moto. Inizia l’operazione. Moretti si immette in via Fani e rallenta per non farsi superare. All’angolo con via Stresa c’è uno stop. Si ferma. Si fermano anche la Fiat 130 e l’Alfetta. È un attimo. Moretti scende in fretta dalla sua auto. La lascerà lì. Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli sbucano dalla siepe, si avvicinano alle due auto e aprono il fuoco. Sparano 91 colpi e 45 vanno a segno. La scorta viene sterminata. Aldo Moro, invece, è illeso.

Fiore e Moretti prendono Moro e lo caricano sull’auto di Seghetti. Gallinari sale su quella guidata da Casimirri. Morucci si mette alla guida della terza auto, su cui ci sono la Balzerani e Bonisoli; prima, però, prende le borse di Moro. Le tre auto, con sopra i dieci brigatisti e il prigioniero eccellente, sfrecciano via dalla scena del crimine.

il 16 marzo 1978, tra le 9:02 e le 9:05, le Brigate Rosse rapiscono uno dei politici, o meglio uno degli uomini delle istituzioni, più importanti d’Italia e uccidono i cinque uomini della sua scorta.

Tre minuti che cambieranno la storia della nostra Repubblica.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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