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Il partito diviso, riformisti e massimalisti

Quale strada si dovrà prendere per arrivare alla società socialista? La strada del “tutto è subito, non c’è da aspettare” oppure le conquistare il cambiamento tramite la pratica parlamentare e democratica? Rivoluzione o Riforme? Queste solo le differenti posizioni che a inizio novecento il partito socialista ha in seno. Sarà l’apertura giolittiana a far maturare nel partito socialista italiano la frattura che lo pervaderà lungo tutto l’arco della sua lunga esistenza. A dire il vero la caratteristica contrapposizione tra i due fronti sarà una prerogativa di quasi tutti i partito socialisti in Europa. Nel partito socialista italiano le due correnti vedono sfidarsi alcuni noti nomi del partito. Nell’ala riformista il principale rappresentate dell’area riformista sarà Filippo Turati. La corrente riformista , chiamata anche minimalista in ragione del suo “programma minimo”, prende forma compiuta nel 1901 e ha come scopo naturale allearsi con le forze moderate del paese. I principali alleate esterni al PSI guidato dalla corrente di Turati saranno il governo Zanardelli e i vari governi Giolitti. La corrente massimalista deve il suo nome alla massima aspirazione di ottenimento del miglioramento della condizione sociale dei lavoratori seguendo una linea di condotta politica che si pone al di fuori del metodo parlamentare e delle riforme. Due le principali figure che guidano il cambiamento Artura Labriola ed Enrico Ferri. Furono diverse le vicende che videro contrapposti i due schieramenti con l’alternanza di scissioni e unioni. Una prima divisione avvenne nel 1907 a causa delle differenti posizioni sulla situazione sindacale e la riuscita degli scioperi indetti negli anni precedenti. I massimalisti e rivoluzionari reclamavano maggiore autonomia in vista del grande consenso che avevano avuto proprio a seguito della buona riuscita degli scioperi indetti, i primi grandi scioperi organizzati in Italia. Le alterne vicende videro poi una formale riunificazione e a seguire una nuova rottura indetti nel congresso straordinario del luglio 1912. Nell’ XIII congresso si sancì la vittoria della corrente massimalista e la fuoriuscita dei riformisti che si spinsero a formare un partito distino dal PSI e lo nominarono Partito Socialista Riformista Italiano. Le motivazioni erano dovute alle differenti posizioni sostenute sull’intervento armato italiano in Libia. La corrente massimalista e rivoluzionaria vide l’adesione di un giovane socialista vicino alle correnti del sindacato anarchico, Benito Mussolini. Altri fatti storici di portata mondiale videro il PSI fratturarsi come nel caso nelle differenti posizioni tenute a fronte del giudizio politico da tenere nei confronti della Grande Guerra. La definitiva rottura tra massimalisti e riformisti però avvenne definitivamente con il congresso di Livorno del 1921. La rottura partorì la nascita di un nuovo e piu radicale partito nasce cosi il Partito Comunista d’Italia.

I Riformisti di Turati

I Riformisti guidati da Filippo Turati nascono in un momento dove la componente rivoluzionaria era ancora molto forte e caratterizzante del PSI. Nella loro natura il compromesso la ricerca di posizioni moderate e parlamentariste era dominante. L’influenza giolittiana su questa corrente di pensiero fu fondamentale e caratterizzo il partito durante l’era dei governi Giolitti. Convinti pacifisti e forti antimilitaristi, avversi alla guerra in Libia che alla scelta italiana di partecipare alla Prima Guerra Mondiale. La via fondamentale per il raggiungimento degli obbiettivi di cambiamento sociale verteva sulla scelta di adottare metodi democratici e parlamentari. Furono bersaglio del dominio ideologico di Lenin su tutti i partiti socialisti e per via delle loro posizioni nel 1922 vengono espulsi dal PSI. Una volta espulsi grazie alle pressioni di Lenin e delle correnti che appoggiavano le idee del leader bolscevico fondarono un nuovo partito, il Partito Socialista Unitario. Venne messo a capo del partito un’altra grande e tragica figura politica italiana, Giacomo Matteotti. Dopo la morte, per mano fascista, del loro leader si sciolsero anche per la messa al bando dei partiti indetta dal Fascismo mussoliniano.

Serrati e i massimalisti, non si può aspettare

I Massimalisti ebbero differenti figure che animarono la loro linea politica. Bonomi e Ferri furono solo i primi leader di spicco di tale posizione politica. Inizialmente maggioritaria furono poi messi in minoranza, come precedentemente già visto, nel periodo giolittiano. Fu con la rivoluzione russa d’ottobre che la corrente divenne nuovamente maggioritaria. Il raggiungimento degli obbiettivi socialisti per tale posizione politica doveva essere totale e per ottenere tale risultato non si poteva passare per una via parlamentare di stampo democratico. Serrati fu un alto grande leader di questa corrente. Del metodo democratico si evidenziavano i limiti e una malcelata sfiducia nel dialogo con i settori liberali del paese. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale nuovi appartenenti al PSI si accodarono facendosi forza dei risultati ottenuti in Russia dai bolscevichi, visti come l’avanguardia da seguire per realizzare i fini del socialismo. Gramsci, Togliatti assieme a Bordiga , fondatori del Partito Comuniste d’Italia, erano i nuovi giovani che guidavano l’ala rivoluzionaria del partito e che nel 1921 si fecero portatori delle istanze leniniste di espulsione dei riformisti del PSI. Con l’avvento del fascismo l’ala rivoluzionaria si trovò esule e confinata ma formato il nuovo partito si coagulò attorno alle idee comuniste e continuò ad operare in clandestinità. Il nuovo partito portò avanti le istanze delle origini rivoluzionarie del PSI diventando uno dei principali attori politici durante il periodo della cosi detta “prima repubblica” fino al cambio di rotta con il cambio di nome in PDS, Partito Democratico della Sinistra.

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