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Le origini della mafia in Sicilia. Il problema dell’identificazione

Nella seconda puntata della serie di articoli dedicata alle origini della mafia ci addentreremo nel problema dell'identificazione del fenomeno mafioso nei primi anni postunitari, quando si formarono le prime cosche mafiose. Dove e perché nacquero? Cos'erano queste prime organizzazioni, e come erano percepite e interpretate dall'esterno?

Il primo ostacolo che si pone di fronte allo studioso che intenda affrontare l’argomento della criminalità organizzata siciliana è quello dell’identificazione: quando si parla di ‘mafia’, a cosa ci si riferisce? Quali sono gli elementi che ne definiscono la peculiarità rispetto ad altre forme di criminalità organizzata?

Il primo significato che acquista il termine, in età postunitaria, è un groviglio inestricabile tra opposizione politica – prevalentemente democratica –, violenza rivoluzionaria e delinquenza, ed è carico di una valenza politica criminalizzante e delegittimante. L’accusa di ‘mafioso’ era lanciata dalla prima classe dirigente nazionale ai nuovi membri meridionali del Parlamento, principalmente democratici e all’opposizione, che rappresentavano un potenziale pericolo perché potevano esercitare un peso notevole sulla vita nazionale. Non stupisce allora che il rapporto del prefetto di Palermo Filippo Gualterio del 1865, il primo documento ufficiale in cui si usa il termine «mafia» per definire un’«associazione malandrinesca», indichi il generale Corrao, vecchio cospiratore e braccio destro di Rosalino Pilo morto due anni prima, come un elemento di collegamento con la mafia stessa[1]. Violenza rivoluzionaria, opposizione politica, società segrete, delinquenza comune, briganti e protettori: questi i concetti con i quali la prima definizione di ‘mafia’ è stata ‘cucita’ addosso alla Sicilia, e che hanno altresì giustificato la dura repressione lì attuata con i regimi speciali di pubblica sicurezza nei primissimi anni unitari.

Ma, tolto da sotto la lente deformante della lotta politica, il concetto di ‘mafia’ assunse in poco meno di vent’anni delle determinazioni ben più precise e localizzate:

Il maggior numero di delitti si commette da abitanti nei dintorni di Palermo, che per lo più non sono poveri, spesso anche contadini censuarii o proprietarii che coltivano mirabilmente i loro giardini d’aranci. Nella Conca d’oro l’agricoltura prospera; la grande proprietà non esiste; il contadino è agiato, mafioso e commette un gran numero di delitti. Io non volevo credere a questa notizia, che sembrava sovvertire tutti quanti i principi dell’economia politica e della scienza sociale; ma la riscontrai in mille modi, e in mille modi mi fu riconfermata.[2]

Dalla fine degli anni ’70 dell’Ottocento, col termine mafia gli osservatori si riferivano a un tipo di criminalità diversa da quella comune e brigantesca; organizzata in «cosche» o «nasse»[3] i cui «membri vestivano normalmente panni civili, rimanevano insediati nella normalità della vita quotidiana, senza contrapporsi violentemente alle economie e all’ordine esistente, e anzi adattandosi ad essi per utilizzarli nelle condizioni di massimo vantaggio possibile»[4]. Il luogo d’elezione di queste organizzazioni clandestine era la Conca d’oro, quella lunga striscia di terra della Sicilia nord-occidentale che si estende da Partinico a Misilmeri e Bagheria, passando per la città di Monreale, e che ruotava attorno a Palermo. Destinata alla ricca coltura agrumicola sulla costa e, in parte, all’estrazione dello zolfo nell’interno, la Conca d’oro rappresentava un’oasi economicamente avanzata rispetto alla Sicilia dei grandi latifondi, dove «la proprietà è divisa, dove il lavoro è assicurato, dove l’agrumeto arricchisce proprietari e coltivatori»[5]. Ma «è questo il regno della mafia, che tiene i suoi covi nelle città e nelle borgate che fanno corona a Palermo, nel distretto dei Colli, a Monreale, a Misilmeri, a Bagheria»[6]. Le cosche mafiose si svilupparono proprio in questo ambiente perché le loro attività specifiche erano quelle di lucro legate all’economia agrumicola e all’intermediazione, che tendevano ad assumere e a controllare in maniera monopolistica su un determinato territorio: l’affitto a gabella e la guardiania dei giardini, l’erogazione dell’acqua, l’intermediazione commerciale tra i proprietari dei giardini e gli speculanti e la prima custodia del prodotto.

Tuttavia, in «quello che potremmo considerare l’atto di nascita della mafia, all’inizio degli anni settanta dell’Ottocento»[7], si mostrò in tutta la sua ambiguità il collegamento di queste organizzazioni con i poteri pubblici, quando il questore di Palermo Albanese non esitò a servirsi e a proteggere gruppi di delinquenti per riuscire nel suo intento di disperdere gruppi politici criminali avversi per riconquistare favori al governo. Nacquero in questi anni la cosca dei «compari» di Monreale, conosciuta come «stoppagghieri», quella dei fratuzzi di Bagheria e di «fontana nuova» a Misilmeri. Con la «rivoluzione parlamentare» e l’avvento al governo, la Sinistra, che tanto duramente aveva attaccato i provvedimenti speciali di pubblica sicurezza attuati dalla Destra per la repressione dei moti rivoluzionari del ‘66, e ancora indignata per l’emanazione delle leggi speciali per la sicurezza pubblica in Sicilia del 1875, era fortemente persuasa a dimostrare alla nazione intera di essere in grado di garantire l’ordine pubblico senza ricorrere alla dura repressione, bensì appoggiandosi al gruppo dirigente locale. L’azione del prefetto Malusardi, inviato a Palermo con l’incarico di debellare il banditismo, costrinse quei gruppi criminali che erano sopravvissuti al questore Albanese, e che si erano organizzati con successo, a stringere un «compromesso con le classi dominanti» per sopravvivere: rinunciare a quelle attività molto remunerative che minavano l’ordine sociale, come il sequestro di persona, e collaborare nell’arresto dei banditi latitanti. «Solo ora – evidenzia Salvatore Lupo – possiamo chiamare davvero di mafia»[8] queste organizzazioni.

Resta ancora un punto da chiarire nella definizione di ‘mafia’, ed è quello relativo alla sua struttura organizzativa: ci troviamo di fronte ad un’organizzazione criminale unitaria e verticistica, una «piovra» che si dirama, che tutto avvolge e tutto controlla? Siamo di fronte a piccoli non-corporated groups, come sostiene Blok, cioè gruppi non formalmente strutturati, riuniti intorno a un capo clientela che permette ai suoi sodali, agli «amici», l’accesso alle risorse investendo la propria capacità di condizionare uomini, gruppi, istituzioni, grazie ad un riconoscimento generalizzato del proprio status all’interno della società[9]? O la ‘mafia non esiste’, «non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti», ma è espressione di un’«ipertrofia dell’io»[10]? In realtà, come abbiamo visto, dai contemporanei viene dato per acquisito il fatto che le cosche siano «organizzazioni forti, ampie, strutturate, dotate di statuti e riti formalizzati»[11], e d’altro canto la storia risorgimentale aveva dimostrato l’importanza sociale e l’efficacia delle squadre e delle società segrete nell’unire e mobilitare uomini verso obiettivi comuni. Non si può non tenere conto della somiglianza, anzi quasi dell’identità, dei riti di iniziazione massonici e quelli delle cosche descritti dalle fonti coeve e non solo. L’elaborazione più significativa proviene dal rapporto di polizia – scoperto e studiato da Salvatore Lupo – firmato da Ermanno Sangiorgi, nominato questore di Palermo dal neo-presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Luigi Pelloux nel 1898:

L’agro palermitano […] è purtroppo funestato […] da una vasta associazione di malfattori, organizzati in sezioni, divisi in gruppi: ogni gruppo è regolato da un capo, che chiamasi capo-rione, e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo-rione viene aggiunto un sottocapo, incaricato di sostituirlo in caso di assenza o di altro impedimento. E a questa compagine di malviventi è preposto un capo supremo. La scelta dei capi-rione è fatta dagli affiliati, quella del capo supremo dai capi-rione riuniti in assemblea.[12]

È possibile trarre ora qualche prima conclusione: nella Conca d’oro, in tutte le borgate che circondavano Palermo e che si estendevano anche verso l’interno, nacquero negli anni ’70 dell’Ottocento delle organizzazioni criminali che si distaccavano dalla delinquenza comune perché si ponevano in un rapporto ambiguo con le autorità pubbliche e con le classi dirigenti locali. I membri di queste organizzazioni appartenevano all’emergente ceto medio dei gabellotti o dei nuovi proprietari pervenuti di recente a tale status e dal variegato mondo degli intermediari, legati tra di loro da vincoli settari e legami di solidarietà ‘fraterna’ modellati su quelli delle corporazioni e delle società segrete. Le cosche svolgevano attività economiche collegate alla ricchissima ed elitaria coltura agrumaria e, contemporaneamente, assumevano su di sé anche un ruolo d’ordine e di controllo sociale, minacciando o utilizzando direttamente la violenza.

Tuttavia, questo quadro ancora non è sufficiente per comprendere come mai il fenomeno mafioso si è sviluppato proprio nella Conca d’oro, e proprio nel periodo post-unitario: per farlo, bisognerà addentrarsi più a fondo all’interno dell’economia agrumaria, della struttura della proprietà e della stratificazione sociale che caratterizzano la Sicilia centro-occidentale a partire dai primi anni del XIX secolo.

 

 

 

[1] A. Recupero, La Sicilia all’opposizione (1848-74), presente nel volume curato da M. Aymard e G. Giarrizzo, Storia d’Italia: le regioni dall’Unità a oggi. La Sicilia (Torino, 1987), p. 79.

[2] P. Villari, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, Firenze 1878, citato da Paolo Pezzino nel suo Stato violenza società. Nascita e sviluppo del paradigma mafioso, contenuto nel volume monografico di Einaudi sulla Sicilia sopra citato, p. 938.

[3] Salvatore Lupo, «Il tenebroso sodalizio». Un rapporto sulla mafia palermitana di fine Ottocento, in «Studi Storici», n. 2, aprile-giugno 1988, p. 468.

[4] P. Bevilacqua, La mafia e la Spagna, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», n. 13, 1992, p. 118.

[5] Archivio Centrale dello Stato, L’inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia (1875-1876), a cura di S. Carbone e R. Grispo, Bologna 1968, Relazione della Giunta per l’inchiesta sulle condizioni della Sicilia (R. Bonfadini relatore), p. 1079, citato da Paolo Pezzino in Stato violenza società, p. 939.

[6] S. Sonnino, I contadini in Sicilia, in L. Franchetti e S. Sonnino, Inchiesta in Sicilia, Vallecchi, Firenze 1974 (I ed. 1876).

[7] S. Lupo e R. Mangiameli, Mafia di ieri, mafia di oggi, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», n. 7-8, 1990, p. 20.

[8] Lupo, «Il tenebroso sodalizio» cit. p. 474.

[9] A. Blok, The mafia of a Sicilian Village (1860-1960). Study of Violent Peasant Entrepreneurs, Blackwell, Oxford 1974.

[10] G. Pitrè, Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo 1889, p. 292 e 289.

[11] Lupo, «Il tenebroso sodalizio» cit., p. 464.

[12] Lupo, «Il tenebroso sodalizio» cit., p. 467.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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