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La ricostruzione post-bellica

L’Italia uscì dalla Secondo Guerra Mondiale in gravissime condizioni economiche. Le distruzioni al sistema produttivo nazionale non superavano il 20%, ma la produzione industriale era calata di un terzo rispetto a quella del 1940 e faticava a trasformarsi per le esigenze del mercato civile. La produzione agricola, rispetto al 1938, si era ridotta del 60% con la distruzione di tre quarti dei terreni coltivabili e tutto ciò aumentava il costante problema degli approvvigionamenti alimentari. A causa dell’inflazione provocata dalla guerra i prezzi dei prodotti di consumo erano cresciuti di 18 volte in sei anni, polverizzando i risparmi e diminuendo fortemente il potere d’acquisto dei salari, i quali, dal 1939 al 1945, erano stati ridotti della metà. Il sistema di trasporti era in pezzi e impediva la circolazione delle merci. Circa 3 milioni di abitazioni civili erano state distrutte o seriamente danneggiate. L’elevata disoccupazione, unita ai problemi della giustizia sommaria partigiana al Nord e del contrabbando al Sud, rendeva precaria la situazione di ordine pubblico.

Appena uscita dalla guerra civile del 1943-1945, l’Italia era da ricostruire anche dal punto di vista politico e istituzionale. Immediatamente si presentò il bivio se fare della Penisola una repubblica o se continuare con il regno: insomma, alle forze del CLN si presentava il problema di quale volto costituzionale dare allo Stato all’interno dello schieramento occidentale.

La ricostruzione istituzionale: la Repubblica e la Costituzione

Nonostante la fine della guerra, la tensione sociale era ancora esplosiva tra chi aveva militato tra i fascisti della Repubblica Sociale di Salò e le forze eterogenee della Resistenza. Si arrivò nel giugno del 1946, con profondi risentimenti da parti di alcuni gruppi, ad un’amnistia varata da Togliatti, Ministro della Giustizia, che pose ufficialmente fine alla guerra civile.

In quello stesso anno, il 2 giugno, si verificarono contemporaneamente le elezioni dell’Assemblea costituente e il referendum per decidere se mantenere la monarchia o adottare la repubblica. In questa doppia occasione di voto fu applicato per la prima volta il suffragio universale permettendo anche alle donne, e a tutti gli uomini a prescindere dal loro livello di istruzione, di accedere al voto. Una forte polarizzazione geografica divise il risultato del referendum: vinsero i circa 12.700.000 per la repubblica, contro i poco più di 10.700.000 per la monarchia. Per la Costituente, la Democrazia Cristiana si impose come il primo partito con il 35,2% dei voti, mentre il partito socialista ottenne il 20,7%, il Partito comunista il 19%, l’alleanza dei partiti liberali moderati il 7%, il Fronte dell’Uomo Qualunque, il primo partito populista della storia repubblicana in cui confluirono molto ex-fascisti, il 5,3%, il partito repubblicano il 4,4%, il Partito d’Azione e i liberal-democratici progressisti l’1,5%.

La ricostruzione economica e il piano Marshall

Dal 1947 al 1952 gli USA del presidente Truman misero in atto il piano Marshall, una politica comune di ricostruzione e di cooperazione economica con l’Europa occidentale. Grazie a tale accordo l’Italia ricevette aiuti per circa 1.400 milioni di dollari, che utilizzò per completare la ricostruzione e per rilanciare i settori dei trasporti, dell’agricoltura, dei lavori pubblici e delle industrie. Questo piano economico, oltre che per ragioni strategiche e geopolitiche, era stato ideato per riconvertire il sistema economico americano.

Questa politica era il frutto dell’idealismo democratico liberal che, con il delinearsi della Guerra Fredda, voleva costruire un mondo a propria immagine e somiglianza. In tale prospettiva già nel 1945 a San Francisco era stata fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), poi nel 1949 la Nato, un’alleanza militare tra paesi del blocco occidentale – USA, Canada, Gran Bretagna, Francia, Italia e altri. Essi firmarono anche, a Washington, il Patto atlantico in funzione antisovietica. L’egemonia degli USA era evidente anche  nelle due principali agenzie economiche internazionale, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), e nel libero mercato mondiale, avendo attuato in quegli stessi anni la piena convertibilità del dollaro in oro.

Le riforme di De Gasperi

L’iniziativa più importante dei primi governi repubblicani fu la riforma agraria. Realizzata nel 1950, questa riforma fissava norme per l’esproprio e il frazionamento di una parte delle grandi proprietà terriere di ampie aree geografiche e rappresentava la prima profonda modifica dell’assetto fondiario nella storia dell’Italia unitaria. L’obiettivo a lungo termine era di favorire i medio-piccoli proprietari terrieri che da sempre erano stati il cuore del conservatorismo cattolico moderato. Tuttavia, tale riforma non servì a contenere la grande migrazione interna, cominciata dagli anni ’50, che dalle campagne si dirigeva verso i grandi centri industriali del Nord.

Contemporaneamente alla riforma agraria, nell’agosto 1950 fu approvata la Cassa per il Mezzogiorno, che aveva lo scopo di promuovere lo sviluppo economico e civile del Sud attraverso il finanziamento statale per le infrastrutture: inizialmente previde lo stanziamento di 1.500 miliari di lire nei primi dieci anni, ma fu prolungata fino al 1983, anche se i risultati non corrisposero mai del tutto alle attese.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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