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Il ’56 , Destalinizzazione e i fatti di Budapest

 

Onorevoli colleghi, nessuno fra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che lascia Giuseppe Stalin. Da ieri sera manca qualche cosa all’equilibrio del mondo. In questa constatazione, comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande personalità che è scomparsa.” Queste solo le parole di Piero Nenni all’indomani della morte di Stalin. L’annuncio ufficiale della morte fu dato il 6 marzo, anche se sul certificato di morte venne indicata la data e l’orario della sera del 5 Marzo 1953. Moriva uno dei simboli del comunismo internazionale e con quella morte tutto il mondo comunista veniva scosso da un silenzioso cambiamento. Il PCI con a capo Togliatti sembrò in quei primi momenti non percepire il profonda cambiamento che tale evento avrebbe comportato nel giro di pochi anni. Il percorso che porterà alla abiura di Stalin e della sua linea politica ha come suo inizio la denuncia di Beria, uno dei principali dirigenti del PCUS che assieme e Molotov e a Kaganovič componeva il circolo magico attorno alla figura di Stalin. Beria viene accusato d’essere un agente dei servizi segreti inglesi e  di aver svolto un insieme di “attività criminali contro il Partito e lo Stato”. Il punto centrale del grande cambiamento è la critica al “culto della personalità”. Le ripercussioni del cambio di impostazione della direzione del PCUS ricadono sul PCI in maniera diretta. Secchia , vicesegretario del PCI in quel anni, viene invitato dalla direzione del PCUS a Mosca. Sarà durante una riunione segreta che verrà lanciato il monito a tutti i partiti comunisti ed in particolare al PCI e al PCF, il partito comunista francese, di ricorrere a nuovi sistemi dirigenziali. Sostanzialmente si ammonisce di cambiare la direzione del partito dal “principio del capo” a una direzione collettiva. Il PCI è il chiaro esempio di come la forma dirigenziale del PCUS fosse replicata negli altri partito comunisti. L’identificazione tra il partito e il suo segretario è totale. Togliatti , fino alla sua morte, nei fatti non perderà mai il totale controllo sul partito. Il processo di destalinizzazione vedrà manifestarsi in maniera del tutto compiuta solo con il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel febbraio del 1956. Nel XX Congresso verranno, non del tutto apertamente, criticate le modalità e la gestione del PCUS durante la dirigenza di Stalin e denunciate le purghe durante il periodo del terrore rosso. Il PCI, tramite la segreteria di Togliatti aveva sempre manifestato grande vicinanza al massimo dirigente del Comunismo Internazionale, risulterà mantenere una linea scettica e a tratti critica nei confronti della nuova dirigenza del PCUS.

I fatti di Budapest

Il 1956 fu un anno complesso per il PCI e il mondo comunista nella sua interezza. Dopo il XX Congresso del PCUS, tenutosi come già detto nel febbraio del medesimo anno, un altro fatto di portata storica si apprestava ad aumentare la complessa situazione interna e internazionale per il PCI. La rivoluzione ungherese del 1956. L’Ungheria ,facente parte del Patto di Varsavia, a cavallo tra l’ottobre e il novembre del ’56 dovette gestire una sollevazione popolare contro la dirigenza comunista dello stato. Non riuscendo a gestire con le sue sole forze l’insurrezione venne richiesto il supporto delle truppe e dei mezzi corazzati sovietici che arrivati nella capitale il 4 novembre sedarono nel sangue la sollevazione popolare. Il PCI dovette prendere posizione e segui , un’altra volta , senza critiche manifeste la linea del suo segretario. Togliatti la sera del 30 ottobre fece riunire la direzione del PCI e manifestò quella che doveva essere la linea del partito «Si sta con la propria parte anche quando sbaglia». La scelta di Togliatti verteva sull’analisi che la rivolta non era provocata da un dissenso effettivo ma da gruppi dissidenti ostili alla politica comunista. Nonostante prese di posizioni critiche nei confronti della linea dettata dal partito il risultato fu solamente la fuoriuscita di gruppi marginali mentre il grosso del partito si allineava alla critica nei confronti degli insorti ungheresi.

Le ripercussioni sulla politica nazionale

Il processo dei destalinizzazione e la repressione della rivolta ungherese ebbero significative ripercussioni sul piano politico nazionale per il PCI e i rapporti del partito con le aree politico-sociali vicino ad esso. Sebbene le principali ripercussioni avvennero a seguito della presa di posizione del PCI durante e dopo i fatti di Budapest, non sono da sottovalutare le ripercussioni che il processo di Destalinizzazione portarono sul piano politico interno. Fu nei fatti l’inizio della politica di una “via al socialismo italiana” a prendere piede nel ’56 a causa , ma non solo, della scelta di destituire la memoria storica dei Stalin. Usata come scusa o da questa ispirata la scelta di allontanare la dirigenza PCI dalle posizioni della dirigenza moscovita prese la sua lenta ma inesorabile rotta che si manifestò definitivamente con Berlinguer. La rivolta Ungherese invece ebbe , nell’immediato ripercussioni in parte piu gravi. Due furono quelle evidenti e immediate: la rottura definitiva di qualsiasi cooperazione tra PSI e PCI e la divergenza di posizioni prese tra PCI e il suo sindacato di riferimento la CGIL guidata da Di Vittorio. La politica adottata dal PCI portò sul finire degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60 una cristallizzazione sul piano del voto elettorale facendo segnare perfino leggeri ma sensibili perdite di elettorato. Sul terreno sindacale , nonostante la linea del segretario della CGIL critica nei confronti del PCI, il peso del PCI fu drasticamente ridimensionato a favore di sindacati legati a partiti politici legati all’area socialista o cattolica. Il ’56 fu un anno di fondamentale importanza e di straordinaria difficolta per il PCI che seppe superare non senza qualche affanno ma nei fatti non comportò, come molti pensavano e auspicavano , la fine del partito.

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