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“Odio gli indifferenti”. Riflessioni sulla rissa al liceo Michelangiolo di Firenze

Cosa ci lasciano le immagini della rissa di fronte al liceo Michelangiolo di Firenze? Amarezza. Domande. E alcune riflessioni.

Firenze. Sabato 18 febbraio. Mattina. Di fronte al liceo “Michelangiolo” scoppia una rissa. Sei contro due. I sei che stanno picchiando fanno parte di Azione Studentesca, movimento che raggruppa studenti delle scuole medie e superiori che simpatizzano per la destra e l’estrema destra. Tre sono più grandi, non sembrano studenti; gli altri tre, invece, sono minorenni. I due aggrediti sono studenti del liceo. Fanno parte del collettivo di sinistra. Uno dei due ha i pantaloni rossi. È a terra. Sopra di lui l’aggressore. Lo blocca con una tipica posizione di MMA, le arti marziali miste, già tristemente note alla cronaca (era “campione” di MMA uno dei due fratelli Bianchi, gli assassini di Willy Monteiro Duarte).

Il ragazzo con i pantaloni rossi prende calci e pugni, al corpo e in testa. Soprattutto in testa. Sono in quattro a caricarlo. Dietro, l’altro ragazzo del collettivo, capelli neri e ricci, affronta uno dei sei. Poi si gira, prova a mettere fine all’accanimento sull’amico. Tira un calcio alle gambe a uno degli aggressori. In risposta, due pugni in faccia. Poi tre di Azione studentesca si fiondano su di lui.

Nel bel mezzo della rissa spunta una donna. Libri sotto il braccio. È una docente del biennio. Si butta tra i ragazzi, tenta di tenerli lontani. Ci riesce. I sei di Azione Studentesca si allontanano, inseguiti da qualche insulto di uno dei ragazzi del collettivo.

L’indifferenza

Ciò che più impressiona, di questa scena, non è solo la rissa. Un fatto grave, certo. Ma non raro, tra ragazzi. Impressiona che sia avvenuta di fronte a una scuola, un presidio di cultura, di inclusione, di democrazia. Ma anche questa non è una novità. Anzi. Era solo il 9 febbraio quando si è sfiorato uno scontro tra studenti al liceo Pascoli di Firenze. Tant’è che la Digos sta cercando di capire se i due fatti sono collegati.

Quello che davvero impressiona è la schiera di ragazzi che assiste al pestaggio. Senza muovere un dito. Tranne chi filma, che le mani le muove per prendere il telefono e registrare. Per testimoniare? Per denunciare? Chissà. Un motorino schiva due ragazzi che si prendono a pugni e se ne va. Un taxi passa lentamente, ma non accenna a fermarsi. Anche lui, se ne va. Un secondo motorino sfreccia senza nemmeno rallentare. Come se niente fosse. Nessuno che abbia chiamato la polizia. «Mi sono stupita che chi ha fatto il video non abbia chiamato il 113, sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto da cittadina», ha detto la preside del Michelangiolo, Rita Gaeta. Nemmeno il personale d’accoglienza della scuola. «Perché non hanno ritenuto fosse necessario». Si chiede, con sconforto, la preside: «Se poi ci scappava il morto?».

Una domanda che potrebbe sembrare retorica. Ma che non lo è. Perché? Basta tornare al 29 luglio 2022. Nemmeno un anno fa. A Civitanova Marche, Alika Ogorchukwu, ambulante nigeriano di 39 anni, venne ammazzato in mezzo alla strada. Aggredito, picchiato, bloccato a terra. Fino alla morte. Per “asfissia violenta con concomitante choc emorragico interno”. Scena diversa, attori diversi. Ma un’inquietante similitudine: tante persone ad assistere, a riprendere col cellulare. Nessuno è intervenuto. Quella volta, per riprendere le parole della preside del Michelangiolo, il morto ci è scappato. Nell’indifferenza generale.

Un attacco squadrista?

Se nell’immediato solo una docente si è mossa per fermare il pestaggio, sono state molte le iniziative di denuncia nelle ore successive. E non solo dalla politica. Particolare risonanza ha avuto la lettera scritta dalla preside del liceo “Leonardo Da Vinci” di Firenze, dott.ssa Annalisa Savino, indirizzata a tutta la comunità scolastica – studenti, famiglie, docenti, personale. Un gesto nobile, non scontato. Espressione del ruolo educativo che la scuola ha, e deve avere, anche e soprattutto al di fuori delle aule scolastiche. Un grande plauso va, dunque, alla dirigente scolastica e al messaggio che la sua lettera vuole inviare: studenti, famiglie, tutti, scuotetevi di dosso l’indifferenza. Partecipate, dite la vostra, fatevi coinvolgere. In una parola, vivete.

C’è un “ma”. Richiamare il fascismo è stato, a nostro avviso, un errore. Tanto da oscurare il bellissimo messaggio che la lettera voleva trasmettere. Purtroppo, appena si pronuncia la parola “fascismo” in Italia, si scatena il putiferio. Ma è anche vero che spesso viene usata a sproposito. La dottoressa Savino ha ricordato quale fosse il clima negli anni ‘20, che certo è stato un brodo di coltura per l’abominio che è venuto dopo. Ma usarla in questo contesto, è sembrato a molti – anche a noi – che si volesse fare un immediato parallelo con quanto accaduto a Firenze. Nicola Fratoianni, su Instagram, ha parlato di «attacco da squadraccia fascista in piena regola». E sulla pagina Instagram di Possibile, il partito fondato da Pippo Civati, il video è commentato così: «Un gruppo di fascisti (anche con adulti), picchia i ragazzi del collettivo del Liceo Michelangiolo a Firenze».

L’abuso del termine e del concetto di fascismo non solo porge la guancia, in un gioco di reciproche e inutili accuse, ma alla lunga rischia di creare confusione, e anche una certa assuefazione: se tutto è fascismo, niente è fascismo. Ma, ancor più importante, bisogna dire le cose giuste. O, come ha scritto nella sua lettera la preside del “Leonardo Da Vinci”, chiamare le cose con il proprio nome.

Tocca dare ragione al ministro Valditara, quando dice che in Italia non c’è un pericolo fascista – solo su questo punto, beninteso. Anche se il ministro travisa il senso della lettera della preside Savino. Che questo Paese non abbia fatto i conti fino in fondo con il fascismo, è vero. Che molti vedono il ventennio come qualcosa di lontano, fumoso, quasi mistico, come se fosse una brutta storia, è vero. Che la vittoria della destra in Italia abbia dato sfogo a tutta una parte politica che si riflette nei valori neofascisti e postfascisti è anche vero.

Ma la violenza di sabato di fronte al liceo “Michelangiolo” non è stato un «attacco da squadraccia fascista in piena regola». Le squadre fasciste non picchiavano studenti dell’opposta parte politica di fronte a scuola. Le squadracce fasciste bastonavano i sindacalisti e i socialisti. Assaltavano le Camere del Lavoro e le sedi del Partito socialista. Andavano a minacciare le case e le famiglie dei loro obiettivi. Rapivano, intimidivano. Uccidevano.

Piuttosto, l’episodio del “Michelangiolo” ricorda molto da vicino la violenza politica dei primi anni ‘70. Che era diffusa anche nelle scuole. Non era raro che giovanissimi “rossi” e “neri” si picchiassero di fronte a scuola, nei comizi, nelle piazze. O che si facessero agguati mirati. Ma erano frequenti anche pratiche che oggi chiameremmo “bullismo” o “violenza psicologica”: insulti, minacce, emarginazione. Una pagina altrettanto nera della nostra storia nazionale. Perché, allora, insistere sempre con il “fascismo”, anche quando non c’entra? La risposta è semplice: perché negli anni ‘70 era difficile distinguere con esattezza “buoni” e “cattivi”. Di certo, però, quella degli anni ‘70 non era una società indifferente.

Pregi e difetti della società democratica

Per spiegare l’indifferenza di quella moltitudine di ragazzi non serve richiamarsi al 1922. Ci ha pensato novant’anni prima Alexis de Tocqueville. Nel suo capolavoro, la Democrazia in America, pubblicato nel 1835, il grande pensatore francese ha colto, in maniera quasi profetica, i grandi pregi e le grandi debolezze della democrazia. Intesa sia come forma di governo, sia come “assetto sociale”. Ed è questo che ci interessa.

Secondo Tocqueville, la democrazia non è solo una forma di governo, ma anche una “forma” della società, un modo in cui la società è strutturata. La società democratica ha alcuni pregi, certo: è una società egualitaria, perché chiunque può realizzarsi a prescindere dalle sue condizioni di partenza. Ma è anche una società conformista, che mal tollera chi vuole distinguersi dalla massa, chi è differente. Ma, soprattutto, quella democratica è una società individualista, fatta di tanti atomi solitari, di persone chiuse nel proprio egoismo, orientate a soddisfare piccoli piaceri materiali, con legami sociali sfilacciati o assenti. E una società di questo tipo, secondo Tocqueville, è esposta al costante pericolo del dispotismo.

Non è difficile ritrovare alcuni di questi aspetti nell’Italia di oggi. Uno dei grandi temi della contemporaneità è proprio la solitudine. Sempre più studi, infatti, intercettano questo grande disagio. Acuito dalla pandemia, ma soprattutto dalla capillare diffusione dei social network. Che danno solo l’apparenza di far parte di una comunità. Dell’individualismo tipico delle società capitaliste e consumiste se ne parla ormai da decenni, in ogni settore: negli studi politologici, in quelli sociologici e antropologici, in quelli filosofici e storici. E i riscontri sono continui: basti pensare al crollo che la partecipazione politica ha conosciuto nelle democrazie, non solo quella italiana.

Ecco, è questa l’indifferenza che abbiamo visto nel video della rissa del “Michelangiolo” di Firenze. Ragazzi impegnati a registrare il momento, per poi esibirlo come un trofeo sui social e ricevere in cambio approvazione e visibilità, rinsaldando legami fittizi. Ragazzi che, come atomi, non sentono il richiamo della solidarietà, dell’aiuto, di fronte alla violenza, al sopruso, alla difficoltà altrui. Non è qualcosa che li riguarda, pensano. Perché non li tocca personalmente. Non è così.

Il rischio, oggi, non è il ritorno del fascismo. È lo sfaldamento dei legami sociali. È la condanna alla solitudine. È la perdita di legittimità della democrazia. Che si fonda su valori comunitari: fiducia, solidarietà, rispetto, tolleranza. Partecipazione.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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