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Gramsci, bisogna impedire a quel cervello di funzionare

 

La nave salpa per il continente e lui guarda quella terra dura e aspra che gli ha fatto da culla. La sua infanzia sarda è stata complicata. Due principali ragioni hanno reso la vita che lascia alle sua spalle difficile: le difficoltà economiche e la malattia che ne ha deformato il fisico. Il padre, responsabile dell’Ufficio del Registro di Sorgono, viene processato e ritenuto colpevole di peculato, concussione e falso in atto pubblico e la famiglia incorre in problematiche economiche gravi. A 18 mesi, Antonio Gramsci, viene colpito dal morbo di Pott che condizionerà in modo considerevole il suo fisico. La partenza dalla natia Sardegna è dovuta all’ottenimento di una delle 39 borse di studio che l’università sabauda aveva messo a disposizione a studenti poveri che avevano concluso il liceo. La sua destinazione, la prima capitale del giovane Regno Italiano, Torino è una città in forte crescita industriale e nella sua università insegnano alcuni dei più importanti intellettuali italiani. Il periodo universitario, nonostante la borsa di studio, fu un periodo complesso e di grandi ristrettezze economiche. Tra le aule universitarie Gramsci strinse solide amicizie che furono di grande importanza per la sua crescita politica: Angelo Tasca ,Palmiro Togliatti e Umberto Terracini. Nonostante fosse “arrivato a Torino già socialista”, come lo stesso Togliatti scrisse ad anni di distanza, fu l’incontro con la realtà della classe operaia torinese a spingerlo ad un maggiore attivismo politico. I primi passi furono come giornalista diventando anche redattore dell’Avanti, il giornale del partito socialista, e, a pochi anni di distanza, a fondarne uno assieme ai sui vecchi compagni universitari. La nuova pubblicazione prese il nome di “L’Ordine Nuovo” e vide la luce nel 1919. Nato con lo scopo di portare le idee che, a seguito della rivoluzione russa, stavano affermandosi con forza nel panorama socialista, il nuovo giornale in poco tempo divenne il giornale della classe operaia torinese e fu promotore delle principali idee gramsciane.

I consigli di Fabbrica

Fu proprio sulla nuova pubblicazione che Gramsci, assieme a Togliatti, pubblicò un importante articolo          “Democrazia operaia”. Sotto questo titolo veniva messo nero su bianco uno dei pilastri del pensiero gramsciano, i consigli di fabbrica. Nati come organismi spontanei con l’obbiettivo di superare le Commissioni interne e l’intento di comprendere gli strumenti e le dinamiche dei processi produttivi, Gramsci e il giovane gruppo di ordinovisti favorirono e incoraggiarono la formazione di queste realtà operaie vedendo in queste azioni la forma embrionale per la formazione di un modello già realizzato in Russia attraverso la creazione dei Soviet.

Il nuovo partito, la nascita del PCI.

Fu a pochi mesi di distanza dalla prima pubblicazione dell’Ordine Nuovo che Gramsci, con il gruppo dell’Ordine Nuovo, scelse di rompere politicamente con le posizioni riformiste del Partito Socialista. A Livorno, assieme a Bordiga, il gruppo gramsciano fondò il Partito Comunista Italiano. Le posizioni contrastanti tra i riformisti e chi come lo stesso Gramsci vedeva nella Russia e in Lenin il percorso da intraprendere per arrivare alla rivoluzione in Italia divennero troppo distanti per poter convivere nel Partito Socialista. A seguito della scissione nel 1922 fu invitato a Mosca e entrò di fatto a far parte dell’esecutivo dell’Internazionale comunista. Nel 1924 divenne il segretario del PCI e fondò l’organo del partito, “L’Unità”, diventando ad aprile dello stesso anno deputato e grazie alla protezione dell’immunità parlamentare rientrò in Italia, ormai sempre più egemonizzata dal fascismo.

L’arresto e le lettere dal carcere

Gramsci venne arrestato l’8 novembre 1926 e due anni dopo fu condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a 20 anni di prigione. Venne giudicato colpevole di cospirazione, insurrezione e incitamento all’odio di classe e alla guerra civile. Nella sua prigionia scrisse molte lettere, molte indirizzate alla famiglia e nelle quali scriveva della vita privata e sue riflessioni teoriche. Nel 1929, in carcere a Turi, iniziò a scrivere una serie di note e di saggi, raccolti dopo la sua morte da Togliatti e pubblicati tra il 1948 e il 1951 con il titolo “Quaderni del carcere”. Tra queste pagine il pensiero gramsciano si forma e si struttura analizzando e riflettendo sull’evolversi della situazione politica e su uno dei principali pilastri del pensiero gramsciano, il concetto di Egemonia. Come già detto, Gramsci non aveva mai goduto di una buona salute e la vita in carcere gli procurò un grave peggioramento delle sue condizioni di salute. Il 27 aprile 1937 colto da emorragia cerebrale morì nella clinica di Roma Quisisana dove pochi anni prima era stato trasferito e le cui costose cure vennero pagate dalla cognata.

L’idea di Egemonia

Nei “Quaderni del carcere” Gramsci riflette sulla sconfitta della rivoluzione in Italia nel quadro di un’ampia indagine sulla storia culturale e politica nazionale e internazionale. Le cause principali della sconfitta egli le rintracciò da un lato nella forza che avevano il capitalismo e la borghesia nei paesi occidentali più industrializzati rispetto alla Russia, dall’altro nell’incapacità dimostrata dai partiti comunisti occidentali di costruire un’alleanza tra le classi lavoratrici e intellettuali. La supremazia di una classe all’interno della società si manifesta, infatti, attraverso la forza e attraverso la direzione intellettuale e morale. La forza di dare una direzione intellettuale e morale è il concetto di egemonia. L’egemonia culturale è l’arma degli intellettuali schierati che prendono parte a un gruppo o a una classe in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo. In questa mancanza dei gruppi dirigenti comunisti, Gramsci individuava i piu reconditi motivi del fallimento del progetto rivoluzionario.

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