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L’anima del populismo. La “legge manganello”

Reclusione da tre a sei anni e migliaia di euro di multa, introduzione di un criterio di discrezionalità nello stabilire la fattispecie del reato, la possibilità di estenderne e restringerne a piacimento le maglie. È questo il decreto con cui il nuovo esecutivo si è presentato, che è già stato soprannominato “legge manganello”, scatenando le proteste dell’opposizione e della società civile. Una norma che, purtroppo, è in linea con le premesse di questo esecutivo e che mostra cosa veramente sia il “populismo”.

È sabato 29 ottobre, e nel modenese è in programma lo svolgimento di un rave party, una festa musicale non autorizzata, all’interno di un capannone privato occupato per l’occasione. Non è il primo – e probabilmente non sarà neanche l’ultimo – che si svolge in Italia in questi anni, ma è stato il pretesto perfetto, per l’esecutivo, per gonfiare i muscoli e far vedere quale sarà il “nuovo corso” in materia di sicurezza e ordine pubblico: dura e intransigente repressione.

Articolo 434bis del Codice penale

Appena la notizia del rave ha iniziato a circolare sui mezzi d’informazione, e in particolare sui social media – dove l’argomento è ancora trattato con toni stigmatizzanti retrogradi e francamente anacronistici –, l’esecutivo ha pensato bene di cogliere la palla al balzo e mettere il “problema rave” in cima alla lista delle priorità della nazione – alla faccia della guerra in Ucraina, del dramma energetico, degli oltre 400 migranti salvati in mare e che ancora aspettano di sbarcare in un porto sicuro. Così, il giorno successivo il decreto “anti-rave era già pronto: l’art. 5 del decreto-legge 31 ottobre 2022, n. 162, Norme in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali.

L’articolo prevede l’introduzione di una nuova fattispecie di reato, da punire secondo l’articolo 434-bis del Codice penale: l’«invasione di terreni o edifici [pubblici o privati] per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica». In buona sostanza, sono previse pene «da tre a sei anni», con «multa da euro 1.000 a euro 10.000» e «confisca […] delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato […] nonché di quelle utilizzate nei medesimi casi per realizzare le finalità dell’occupazione», per «chiunque organizza o promuove» la «invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, commessa da un numero di persone superiore a cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno, quando dallo stesso può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica».

Una norma che, come è evidente, solleva tanti dubbi e perplessità. Proviamo a svilupparne qui tre.

Le leggi devono essere generali

Chiaramente, non sono solo le tempistiche a mettere in una relazione di causa ed effetto i rave con questo decreto: sono stati, anzi, gli stessi esponenti della maggioranza e del governo a rivendicare che, con questa norma, si cancellano i rave party in Italia.

C’è però un grosso, anzi direi fondamentale, problema concettuale, e cioè il fatto che le leggi devono essere generali, devono cioè delineare una fattispecie di reato che sia applicabile a tutti i “comportamenti” che quella norma vuole andare a colpire. Il governo, quindi, rivendicando con forza di aver potuto mettere fine al rave incriminato, compie un grave atto. Primo, mette in dubbio la generalità della legge, che è uno dei suoi fondamenti, creando un precedente pericoloso. Secondo, strumentalizza tale decreto: perché, se volesse essere trasparente, dovrebbe chiaramente dire che non è una legge “anti-rave” ma, per come è scritta, è più una durissima, e immotivata, stretta alla libertà di manifestazione del dissenso. E, celando questo essenziale dettaglio, crea un discorso pubblico che differisce con la realtà, alimentando un processo che in Italia è ormai in atto da diverso tempo: una forte ideologizzazione, che sempre meno corrisponde al mondo reale. Terzo, introduce un criterio di discrezionalità dove non dovrebbe mai esistere.

È davvero solo una legge anti-rave?

Proprio la difficoltà di poter disegnare una fattispecie di reato specifica per i raveparty, ma la assoluta volontà di intervenire subito in materia, ha portato al punto giustamente più discusso di tutto l’articolo del decreto: l’adozione di criteri di discrezionalità.

L’indeterminatezza con cui è stato formulato l’articolo, infatti, apre a una formidabile estensione dei limiti di questa norma e, soprattutto, alla discrezionalità dell’autorità: perché, ad esempio, può essere ritenuta «pericolosa per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica», o da cui «può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica», l’occupazione della Facoltà di Scienze Politiche dell’università La Sapienza di Roma, (fortunatamente terminata prima della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale), che è a tutti gli effetti un edificio «pubblico o privato»; mentre può non essere considerata tale la grande festa organizzata a Predappio per il centenario della marcia su Roma. È chiaro che decidere su questo argomento non può essere oggettivo, perché non esistono criteri universali per stabilire cosa è pericoloso e cosa no. Tanto più che a prendere tale decisione è il prefetto, figura istituzionale nominata dal governo: ad esempio, proprio l’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, autorizzandola, non ha considerato pericolosa per l’ordine pubblico, nonostante i segnali fossero tutt’altro che incoraggianti, la grande manifestazione no-vax dell’ottobre 2021, che si è poi tramutata nell’assalto alla sede nazionale della Cgil.

La sproporzione delle pene

Infine, spaventa e lascia quasi increduli l’incredibile sproporzione delle pene previste per la fattispecie di reato disegnata: da tre a sei anni, da 1.000 a 10.000 euro di multa. Tanto per intenderci, sono puniti con pene minori gli atti di terrorismo «diretto a danneggiare cose mobili o immobili altrui» con ordigni micidiali o esplosivi (da due a cinque anni, art. 280bis C.p.), l’omicidio colposo (da sei mesi a cinque anni, art. 589 C.p.); l’omissione di soccorso (fino a un anno e 2.500 euro di multa, art. 593 C.p), l’abbandono di minori o incapaci (da sei mesi a cinque anni, art. 591 C.p.), l’occultamento di cadavere (fino a tre anni, art. 412 C.p.), l’adescamento di minorenni (da uno a tre anni, art. 609 undecies C.p.).

Anche se il governo ha già corretto il tiro – si parla di pene fino a 4 anni di reclusione –, è difficile da spiegare tale durezza se non con motivazioni che risiedono non nella sfera della concretezza del comportamento da punire, ma più in quella dell’immagine che il governo vuole dare di sé: integerrimo, intransigente, efficiente, risolutivo. Ed è un’immagine che continuamente plasma la realtà, e non solo perché modifica il Codice penale, e dunque introduce dei correttivi ai comportamenti considerati legittimi dallo Stato, ma perché modifica la percezione delle persone: sulla salute dell’ordine pubblico, sul mondo dei giovani, sulle priorità che uno Stato deve avere. Una percezione che non corrisponde alla situazione attuale, ma pertiene più alla sfera delle ideologie, e che, eppure, ha un impatto trasformativo sulla realtà anche per il solo motivo di orientare il voto delle persone – tralasciamo i casi estremi in cui, ad esempio, in nome di una visione distorta della realtà si compiono attentati.

Ecco cos’è il populismo

La celerità con cui è stata affrontata tutta la questione del rave del modenese apre diverse linee di riflessione. La prima, e forse più immediata, riguarda il rapporto che intercorre tra questa rapidità d’intervento e la mancanza di problematizzazione con cui si fa politica oggi, la quale purtroppo rispecchia il modo semplicistico e la nettezza con cui, almeno in Italia, all’interno della società si danno giudizi – o forse è meglio dire si emettono sentenze. Mi spiego meglio. Trattare i rave party esclusivamente come un problema di ordine pubblico, di violazione di proprietà, di alcol e droghe, significa ignorare aprioristicamente l’intero universo giovanile: le problematiche dei giovani, certo, ma anche le loro tendenze, i loro gusti, i loro modi di intrattenimento e di socializzazione, le loro implicite richieste. Un atteggiamento che in verità è sotto ai nostri occhi ogni giorno, quando ai giovani si rimprovera di essere disimpegnati in politica, di non volersi emancipare dalla famiglia, di essere dei “bamboccioni” o ancora peggio dei “fannulloni”, senza però dare loro il modo di esprimersi politicamente, né “pacificamente”, perché a molti di loro il diritto di voto nei fatti è negato, né protestando in piazza, e i fatti della Sapienza sono solo l’ultimo dei molti episodi di repressione delle manifestazioni.

La seconda riflessione, invece, investe più da vicino l’ampio tema del “populismo”, mostrando in effetti cosa esso sia – o almeno cosa sia per questo governo. È stato di una chiarezza disarmante David Parenzo che, ospite da Giovanni Floris a Dimartedì su La7, ha sintetizzato l’essenza populista di questo governo: «il populismo è questo: aprono i giornali la mattina, vedono qual è la notizia di tendenza su Twitter e sui social, e allora siccome è la democrazia del like, e siccome il rave-party tira molto, allora faccio una leggina ad hoc». Con buona pace di chi, a causa di questa legge, vedrà limitarsi drasticamente lo spazio per esprimere il proprio dissenso, le proprie idee, la propria identità: ognuno di noi.

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Matteo Machet
Matteo Machet
Ho 31 anni e vivo a Torino, città in cui sono nato e cresciuto. Sono profondamente affascinato dal passato, tanto da prendere una laurea in storia - ambito in cui mi sto anche specializzando. Amo leggere, la cucina e la Sicilia, ma tra i miei vari interessi svetta il giornalismo: per questo scrivo articoli di storia, politica e attualità.

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