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Accordo Iran Arabia Saudita: il nuovo Medio Oriente post-americano

Lo scorso 10 marzo, l’Iran e l’Arabia Saudita hanno sottoscritto un accordo per il ripristino, a sette anni di distanza dalla loro interruzione, delle relazioni diplomatiche. Il ruolo cinese nell’accordo e le prospettive per la regione.

L’Iran e l’Arabia Saudita questo venerdì pare abbiano ripristinato le relazioni diplomatiche dormienti che intercorrevano tra i due Paesi, con la promessa di riaprire le rispettive ambasciate; gli accordi sono frutto di una mediazione di Pechino, che incassa i frutti di un dialogo diplomatico avviato invece da Stati Uniti e Unione Europea circa due anni fa.

L’accordo mediato dalla Cina

l’accordo tra Arábia Saudita e Iran mediato dalla Cina

Come ogni accordo che riguardi il Medio Oriente, la rappacificazione tra Riyadh e Teheran non riguarda solo i due Paesi direttamente coinvolti o la regione che li ospita, i fattori coinvolti nell’operazione diplomatica infatti interesserebbero molte più parti di quante si possa pensare.

Chi sicuramente temeva il raggiungimento dell’accordo sarebbe stata Tel Aviv, i media israeliani da tempo avrebbero ammonito sulla pericolosità di tale accordo e sulle ripercussioni che avrebbe potuto avere sugli interessi di Israele.

Tel Aviv infatti, sin dal deragliamento degli accordi sul nucleare iraniano, avrebbe avviato una concreta campagna di isolamento dell’Iran nella regione, obbiettivo che Benjamin Netanyahu avrebbe ribadito e rivendicato nella sua campagna verso la rielezione alla carica di Primo Ministro, promettendo di non retrocedere di un passo su questo punto.

Sicuramente le dinamiche in Medio Oriente sono diverse da quelle di appena 10 anni fa, gli accordi mediati dalla Cina infatti sono da intendersi come un indebolimento dell’asse Washington-Tel Aviv, che nella regione avrebbe esercitato un controllo incontrastato per oltre 20 anni.

Israele e Stati Uniti d’America, negli anni avrebbero costruito una struttura regionale basata su intelligence, sicurezza e cooperazione economica con gli Stati del Golfo, culminata negli accordi di normalizzazione, non raggiungendo mai tuttavia il premio tanto agognato, l’accettazione per i sauditi dei legami con Israele.

L’accordo tra Arabia Saudita e Iran ricorda inoltre a Israele il tradizionale sostegno della Cina ai palestinesi, senza tuttavia mai inimicarsi direttamente Tel Aviv. Dal punto di vista israeliano, questo accordo è un tentativo cinese di rabbonire l’Iran per le denunce sulla sua politica nucleare.

La nuova Guerra Fredda

La grande incognita per la Cina ad oggi sarebbe la reale entità della minaccia degli Stati Uniti d’America, se Washington dovesse rivelarsi non più sufficientemente influente in Medio Oriente, le ripercussioni per Tel Aviv si rivelerebbero quanto meno significative, la sua immagine di paese in crisi incoraggerebbe la Cina ad aumentare il proprio sostegno ai suoi “nemici“, essendo questi anche “nemici” degli Stati Uniti d’America.

Il recente accordo per porre fine alle ostilità con l’Arabia Saudita rende l’Iran un attore geopolitico continentale, che si spinge oltre i confini del Medio Oriente e gli consente di beneficiare delle tecnologie che la Cina avrebbe promesso di fornirgli, come l’accesso ai suoi grandi satelliti spia, sollevando seri interrogativi sulla sicurezza nazionale per Israele.

La reazione interna ad Israele si è rivelata inadeguata a fronteggiare la minaccia, l’accordo saudita-iraniano sarebbe stato usato infatti come espediente per alimentare l’astio tra gli schieramenti opposti del Knesset (Parlamento Israeliano); confermando la validità dell’osservazione del Segretario di Stato Americano Henry Kissinger:”Israele non ha politica estera, solo politica interna”

Questa mancanza di politica estera si manifesta anche attraverso la sua incapacità di formulare una politica organizzata a lungo termine e l’incapacità di prendere decisioni critiche quando si tratta di questioni serie come il programma nucleare iraniano e il futuro delle relazioni con i palestinesi.

In alcune di queste questioni, Israele si starebbe avvicinando, o avrebbe già raggiunto, il punto di non ritorno, che esacerba le sue sfide e potrebbe potenzialmente concludersi con l’improvvisa distruzione dello stato.

 

“Israele sta affrontando minacce economiche e può percepire come si sentono i suoi nemici quando vedono Tel Aviv danneggiare i propri interessi, che un tempo erano la sua fonte di forza e protezione, sta iniziando a pagare un prezzo pesante per le sue turbolenze interne e le cose dovrebbero peggiorare se questa divisione continua”.

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