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Il partito fuorilegge

 

Il 31 ottobre del 1926 a Bologna la folla guarda sfilare l’auto scoperta di Benito Mussolini, primo ministro del regno, venuto ad inaugurare lo Stadio Littoriale. Tra la folla un ragazzo di 15 anni si sfila qualcosa dalla cintola dei pantaloni e allungando il braccio tiene tesa davanti a lui una pistola. Il colpo sfiora Mussolini attraversandone il bavero delle giacca, mancandolo. Il merito del fallito attentato va al tempismo di un maresciallo dei carabinieri che accortosi del rapido gesto del ragazzo dà un colpo al suo braccio armato e fa deviare il colpo. È questo attentato a Bologna che sancisce la definitiva fine di quella fittizia parvenza di legalità democratica dell’incipiente regime fascista. La scure cala con particolare violenza sul PCI destinato ad essere il partito più colpito dai provvedimenti del governo fascista. In quel momento la dirigenza del PCI era nelle mani di Gramsci e Togliatti. Dopo il III Congresso del PCI a Lione nel 1924 erano stati estromessi definitivamente Bordiga e la sua ala. I bordighiani erano i rappresentanti delle posizioni più estremiste e rivoluzionarie del partito. La linea politica del PCI sotto la guida del Segretario Generale Gramsci, carica introdotta proprio al congresso di Lione,  era dettata dalla necessità di diventare partito di massa. La fase iniziale della clandestinità vedette la cattura della gran parte dei dirigenti comunisti. Molti vennero catturati, come Bordiga e lo stesso Gramsci, altri andarono al confine e una parte minoritaria entrò di fatto in una clandestinità attiva. Togliatti divenne la figura preminente nel partito e tra chi riuscì a operare maggiormente nella clandestinità. Seppure il partito manteneva una centrale sufficientemente estesa nelle grandi città italiane i due centri nevralgici direzionali si trasferirono a Parigi e a Mosca. Fu il PCI l’unico fra i partiti esistenti prima dell’avvento del Fascismo a mantenersi compatto e operante sul territorio italiano in una condizione di clandestinità. Nonostante un’iniziale difficoltà ad organizzare il partito nella nuova situazione italiana la dirigenza fu, nei fatti, in grado di riuscire a serrare le fila del partito attorno a due fondamentali principi: un grande spirito di sacrificio e una ferrea organizzazione ereditata dalle idee di Lenin. Grande supporto fu dato anche dalle organizzazioni presenti nell’Unione Sovietica su cui i partiti comunisti di tutto il mondo potevano far affidamento una volta che venivano messi fuori legge, prima fra tutte l’organizzazione del Soccorso Rosso Internazionale. Tali supporti provenienti da Mosca furono essenziali per il mantenimento logistico del PCI.

Il periodo della clandestinità

Il periodo della clandestinità fu caratterizzato dalla sempre piu marginale presenza di esponenti della sinistra del partito e la sempre piu serrata adesione, a tratti anche sofferta, alla linea di Stalin attraverso L’Internazionale Comunista. La polarizzazione guidata da Togliatti verso le posizioni staliniste avvenne tramite le espulsioni di esponenti importanti del partito come ad esempio Angelo Tasca. Tasca era vicino alle posizioni di un altro dirigente del PCUS, Bucharin che rappresentava l’ala della destra sovietica. Importante fu però la svolta a sinistra intrapresa con l’avanzare del pericolo nazista. Nell’agosto 1934 viene stipulato un patto tra PCI e PSI volto a unire in un Fronte Popolare l’intero panorama di forze politiche avverse al fascismo. In questa prospettiva di alleanza contro i regimi che si richiamavano direttamente al fascismo fu fondamentale l’esperienza della Brigate Internazionali che vedevano assieme militanti socialisti e comunisti nel 1937 nella guerra civile spagnola. Altro grande momento di difficoltà durante questo complesso momento del PCI fu la firma del patto Molotov-Ribbentrop. L’accordo metteva a dura prova la posizione fino a quel punto presa dalla direzione del PCI. La principale problematica era riuscire a far conciliare le posizioni di lotta contro il fascismo con l’adesione alla linea sovietica data dal PCUS di Mosca. Questa complessa vicenda vide la crisi dell’unità italiana antifascista e del rapporto con il PSI e con le altre forze in opposizione al regime fascista. Fu solamente con la dichiarazione di guerra di Mussolini a Francia e Inghilterra che il Fronte Popolare si potette ricreare tramite gli accordi di Tolosa del 1941 tra PCI, PSI e GL

Il PCI nella Resistenza

Dall’accordo di Tolosa fino ai primi tangibili segni di cedimento del regime fascista nel 1943, a seguito prima degli scioperi di marzo e poi della definitiva caduta di Mussolini il 25 luglio, garantì il mantenimento e la cooperazione di una rete clandestina che lottava contro il fascismo. Già dal 30 agosto del 1943 un comitato centrale di 10 autorevoli membri del PCI permise la formazione e la crescita della Resistenza italiana. Inizialmente questo embrionale comitato operava in autonomia persino dal segretario Togliatti e vedeva tra le sue file alcuni dei principali dirigenti del partito, primo tra tutti Scoccimarro. Fu però solo dopo l’armistizio dell’8 settembre che si poté formare la centrale operativa effettiva della Resistenza, il Comitato di Liberazione Nazionale. Il CLN era composto dai principali partiti antifascisti, primo fra tutti era il PCI. In dote il PCI portava alla resistenza la fitta rete di piccole e medie formazioni operanti sul territorio nazionale create e mantenute sotto il regime. L’esperienza fatta con le Brigate Internazionali venne utilmente riusata nella formazione a Milano della centrale organizzativa di uno dei principali rami della Resistenza armata in Italia quello delle Brigate Garibaldi. A capo della macchina militare del PCI durante la Resistenza c’era Luigi Longo che aveva avuto già ruoli di comando nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile Spagnola. Il PCI aveva oltre le Brigate Garibaldi, operanti principalmente fuori dai centri urbani, anche i GUP e le SAP che avevano il compito di svolgere azioni nei principali centri abitati. Nel 1944 Togliatti rientra in Italia da Mosca e compie la così detta “Svolta di Salerno” avente il compito di accantonare la questione istituzionale e garantire anche politicamente la cooperazione piena di tutte le forze politiche e sociali nello sforzo contro il nazifascismo. La Liberazione avvenne a distanza di poco tempo dal rientro del Segretario del PCI. Il 25 Aprile del 1945 le forze partigiane liberavano le principali città del nord Italia, anticipando gli eserciti degli Alleati. Fu la fine della clandestinità e l’inizio di una nuova fase per il PCI. Un ruolo centrale e fondamentale per la formazione della nuova Repubblica Italiana aspettava le principali cariche del partito e un nuovo panorama internazionale si prefigurava davanti ai loro occhi.

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